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[RECENSIONE] Autopsy (André Øvredal)

John Doe è un nome usato solitamente nel gergo giuridico statunitense per indicare un uomo la cui reale identità è sconosciuta o va mantenuta tale. Il suo equivalente femminile è Jane Doe.

Questo appellativo sarebbe stato usato per la prima volta al tempo di Edoardo III di Inghilterra durante una diatriba legale chiamata Acts of Ejectment, nella quale, per comodità, ci si riferiva ad un ipotetico proprietario terriero, col nome inventato di John Doe. Col tempo l’espressione cominciò ad essere usata per indicare una persona la cui identità è sconosciuta, come ad esempio nel caso del ritrovamento di un cadavere non identificato fino al momento del suo riconoscimento.

Autopsy (The Autopsy of Jane Doe) è un film del 2016 diretto dal regista/sceneggiatore norvegese André Øvredal ed è il suo primo in inglese, pensato quindi per il pubblico mainstream, ed ambientato negli USA. Øvredal è noto anche per il suo Trollhunter del 2010.

TRAMA: Virginia, Stati Uniti. Un cadavere di una giovane donna non identificata viene trovato semi-sepolto nel seminterrato di una casa in cui si è verificato un cruento pluri-omicidio, anomalo sotto più aspetti: alcun segno di effrazione, causa della morte incerta e movente non apparente. Nella piccola cittadina il medico legale Tommy Tilden porta avanti l’obitorio-crematorio costruito e ampliato da generazioni sotto la casa di famiglia, assistito dal figlio Austin. Lo sceriffo consegna loro il corpo non identificato della ragazza per ricercare la cause della morte entro la mattina successiva. Austin, in procinto di vedere un film con la fidanzata Emma, decide di rimanere per aiutare il padre. Man mano che l’autopsia procede, strani fenomeni si verificano all’interno dell’Obitorio.

Forte di un incipit davvero originale, sostenuto da fotografia preziosa e scenografie che ricordano i film dei tempi d’oro di Fulci, Autopsy vince vari festival fra cui il secondo posto per il premio del pubblico al Toronto International Film Festival, come miglior horror al Fantastic Fest e premio speciale della giuria al Festival di Sitges.

Il film funziona, sfiora lo status di cult ma si ferma un po’ prima. Un po’ troppo prima… Le caratterizzazioni dei personaggi sono forzate, stereotipate e a volte fastidiose nel volerli rendere simpatici al pubblico a tutti i costi. E se un professionista di grande spessore come Brian Cox (Manhunter, Braveheart, La 25esima ora…. solo per citarne alcuni) renderebbe credibile anche il famigerato elenco del telefono, purtroppo Emile Hirsh (che non ha un curriculum affatto scadente) disegna un personaggio scontato, prevedibile ed insufficiente.

I siparietti melò fra i due nella memoria della madre spesso sfiorano il ridicolo e nulla aggiungono al film o ai personaggi.
Anche la scelta musicale appare discutibile, in queste sonorità autoriali, romantico/orchestrali che avrebbero dovuto lasciare il posto a qualcosa di più essenziale e cupo; Attenzione, non son affatto brutte musiche, ed’è proprio questo il problema: forse un horror con queste premesse, meritava anche un accompagnamento musicale che sottolineasse il senso di “male” che si vuole trasmettere.

Il film è girato benissimo, e alcuni momenti e trovate sono davvero efficaci (il morto col campanellino); la “strega” sul tavolo operatorio (ipnotica e azzeccata bellezza della quasi esordiente Olwen Kelly) restituisce una densa sensazione di reale mistero ed inquietudine.

Sarebbe stato il caso anche nel finale di non voler spiegare TROPPO a tutti i costi. Il fantastico cessa di esistere laddove non c’è più mistero… e anche la spiegazione qui è molto discutibile e poco credibile. Ci bastava forse solo continuare a sospettare che la nostra Jane Doe fosse un strega, perché voler per forza scendere in dettagli che aprono più domande di quante sono le risposte possibili?

Un film che già negli intenti esterofili del regista si preannunciava quindi di largo respiro e di facili consensi, che purtroppo non si son limitati alla sola scelta della lingua inglese. Merita una visione, intrattiene. Ci colpisce per originalità e ci fa sperare davvero che i registi così dotati che si avvicinano all’horror, decidano (in concerto coi produttori) di restituirci finalmente un film del terrore politicamente scorretto e vietato ai più.

Da sottolineare gli ottimi effetti speciali curati da un team fra cui spicca il nome di Alex Harper, già visto all’opera su film come The Mummy, Dracula Untold e alcuni episodi della serie Dr. Who.

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