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[RECENSIONE] Pantafa (Emanuele Scaringi)

Da queste parti cerco sempre di evidenziare la proprietà che ha l’horror di diventare metafora di “altro”. Pantafa di Emanuele Scaringi coraggiosamente decide per questa strada, allontanandosi per certi versi dal semplice film di intrattenimento.

Pantafa, attraverso la storia di uno spirito maligno femminile che di notte ruba il respiro ad una bambina giunta in uno sperduto paesino abruzzese insieme alla madre single, vuole in verità raccontare altro: un conflitto, un rapporto a due (tra madre e figlia) che ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio. In altre parole un disagio, ma anche un essenziale momento di crescita, una storia di formazione, o meglio l’abbandono dell’età dell’innocenza.

Scaringi, qui al suo secondo lungometraggio dopo La Profezia dell’Armadillo, trasforma il paesello (inesistente) di Malanotte, dove si sono trasferite da poco le due protagoniste (Kasia Smutniak e Greta Santi), e la casa dove vanno a vivere, nei luoghi che rappresentano i dolori, le solitudini, il cambiamento (dentro e fuori di loro) da elaborare ed accettare.

E lo racconta utilizzando i codici del cinema horror, partendo da una figura della cultura popolare e rurale dell’Italia centrale, legandola alla paralisi del sonno. A sua volta è la stessa impossibilità di muoversi ad accostarsi concettualmente alla difficoltà di adattarsi ai cambiamenti.

La regia di Scaringi si muove bene nei territori horror restando in bilico tra veglia e incubo, tra mostrato e suggerito, realtà e immaginazione, immergendoci così nel caos che assilla le due protagoniste.

Pantafa di Emanuele Scaringi è distribuito nelle sale da Fandango.


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