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  • [SPECIALE] Top 10 delle donne assassine nel cinema

    Quanto mi piace sottolineare le “quote rosa” nei film lo avrete sicuramente capito, quindi stavolta ho deciso di dedicare tutto l’articolo alle donne… cercandole però nei film in cui esse son presentate nel modo più terrificante possibile!

    Vediamo però di approfondire qualche cenno storico e sociopolitico attorno figura delle donne nell’arte: nella prima metà dell’ottocento il ruolo di attrice e di cantante era spesso paragonata a quella di prostituta; solo nella seconda metà del secolo la professione cominciò ad essere considerata con meno pregiudizi, e la donna non è più vista come un soggetto da “ammirare” per la sua bellezza, ma come collaboratrice dell’attore a tutti gli effetti.

    Il teatro di prosa – più del melodramma – è la forma di espressione in cui la donna darà il maggior contributo. La crisi delle “compagnie di giro”, determinata alla fine degli anni ’30 dall’istituzione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, produsse cambiamenti anche per le attrici: sul palcoscenico cominciarono ad affluire interpreti femminili provenienti da diversi ceti sociali, ma soprattutto anche dalla media e piccola borghesia.

    Questa carrellata vi suggerisce alcuni dei migliori (a mio avviso) e più riusciti personaggi squilibrati, sensuali e mortali – in gonnella – visti negli horror.

    Alta tensione(Haute tension) è un film del 2003 diretto daAlexandre Aja. La pellicola è un omaggio agli slasher ed agli splatter anni settanta e ottanta e gli effetti speciali sono un vanto italiano a opera diGiannetto de Rossi(italianissima anche la canzoneSarà perché ti amodei Ricchi e Poveri, leitmotiv del film) e la trama vede una strepitosaCecile de France(SPOILER!!) interpretare il ruolo di Marie, una lesbica che soffre di disturbo dissociativo dell’identità che la porta ad eliminare tutti quelli che potrebbero ostacolare la sua relazione “d’amore” con la migliore amica. Film spiazzante, crudo, con momenti di alta genialità e coraggio.

    Quattro mosche di velluto grigioè un film del 1971 diretto daDario Argento. Protagonista di questo “giallo” dalla sceneggiatura squinternata è una ipnoticaMimsy Farmerche (SPOILER) uccide per vendicarsi di suo padre, a cui il marito Tobias somiglia molto. Nina racconta che il padre, volendo ad ogni costo un figlio maschio, l’aveva fatta soffrire picchiandola, facendola vestire da uomo e mortificandola. Per questo motivo, accecata dalla follia e dalla rabbia, era finita in manicomio. Il personaggio di Nina e quello di Marie han molti punti in comune fra sessualità, spietatezza, androginia e look.

    Specie mortale(Species) è un film del 1995 diretto daRoger Donaldsone interpretato dalla modella Natasha Henstridge, qui al suo debutto. È il primo di una serie di quattro film molto debitori ad Alien (il design è infatti anche qui di Giger): Sil è in apparenza una donna, ma è frutto di un mix fra DNA alieno ed umano; creata in laboratorio da scienziati senza scrupoli, una volta fuggita inizia a cercare un partner umano con il quale poter procreare, uccidendo chiunque le ostacoli il cammino. Strepitosi effetti speciali, tanto ritmo, poca sostanza ed una protagonista mozzafiato!

    Il bacio della Pantera(Cat People) è un film del 1982 diretto daPaul Schrader. È il remake dell’omonimo film del 1942 diretto daJacques Tourneur. Un film imperfetto, ipnotico, magistralmente musicato da Moroder e David Bowie ed interpretato da una strepitosaNastassja Kinskynel ruolo di Irena.

    A New Orleans Irena Gallier – giovanissima e vergine – incontra suo fratello maggiore Paul (unMalcolm McDowellin gran forma) mai conosciuto prima perché, dopo la morte dei genitori, lei fu mandata in orfanotrofio; quest’ultimo le rivela che i loro rispettivi genitori erano in realtà fratello e sorella e che entrambi erano delle mostruose pantere che si trasformavano dopo aver consumato un rapporto sessuale.

    Misery non deve morire(Misery) è un film del 1990 diretto daRob Reiner, tratto dal romanzo omonimo diStephen King. Stavolta non si punta su fascino e bellezza, ma su bravura e il film regge tutto su una solida sceneggiatura e la magistrale interpretazione diKathy Batesche dà vita ad una donna crudele e psicopatica di nome Annie Wilkes.

    Dopo aver salvato da un incidente lo scrittore dei suoi romanzi preferiti, Annie scopre che la protagonista morirà nell’ultimo manoscritto, trasformandosi in una carceriera spietata e sadica affinché l’autore cambi idea. Kathy Bates si aggiudica l’Oscar per questa interpretazione, che le spalanca le porte di Hollywood.

    Carrie – Lo sguardo di Satana(Carrie) è un film del 1976 diretto daBrian De Palma, tratto dal romanzo omonimo diStephen King(e questo è il primo che viene trasportato al cinema!)Sissy Spacekdà vita alla dolcissima e fragile Carrie White una ragazza bullizzata per il suo essere asociale e goffa. Quello che si si scoprirà in un finale apocalittico, è che la ragazza è dotata di potenti poteri telecinetici che la trasformeranno in una furia vendicativa dopo l’ennesima umiliazione.Pino Donaggioalle bellissime musiche, un cast di star che include anchePiper Laurie,Nancy AlleneJohn Travoltae la regia diBrian De Palma… non serve aggiungere altro.

    Da evitare il remake.

    Fenomeni paranormali incontrollabili(Firestarter) è un film del 1984 diretto daMark L. Lester, tratto dal romanzo del 1980 L’incendiaria di (pensate un po’) Stephen King. Sembrerebbe che King abbia a cuore le figure femminili, dedicando loro buona parte della sua produzione. La piccola Charlie è dotata di pirocinesi, ossia della facoltà di appiccare il fuoco con la mente. I servizi segreti americani, che vorrebbero servirsene, uccidono la madre e tentano di rapirla scatenandone la furia vendicativa.

    Protagonista assoluta Drew Barrymore, discendente di una famiglia di noti attori di cinema e teatro americani. Nel 1982, ha recitato nel ruolo di Gertie in E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg, diventando rapidamente una delle attrici bambine più riconosciute di Hollywood, arrivando nel 1984 ad essere candidata ai Golden Globe per la migliore attrice non protagonista per il film Vertenza inconciliabile. Piuttosto contorto e poco credibile nell’intreccio, il film punta tutto sulla spettacolarità delle scene d’azione col fuoco, e sulla piccola protagonista.

    Quella strana ragazza che abita in fondo al viale(The Little Girl Who Lives Down the Lane) è un film del 1976 diretto daNicolas Gessner. Ambientato in una piccola cittadina del Maine, il film racconta le vicende di Rynn, una tredicenne sola e gelosa della propria autonomia che, allo scopo di non essere internata in un orfanotrofio, finge di vivere in compagnia di un fantomatico padre, uccidendo chiunque scopre il suo segreto.

    Davvero un gioiello questo dramma/horror interpretato da un’altra bambina prodigio:Jodie Foster. Nonostante il rigido contratto con la Disney la limitasse molto nelle scelte attoriali, nel 1974 Martin Scorsese le affida una parte in Alice non abita più qui, dove interpreta la stravagante Audrey. Lavora nuovamente con Martin Scorsese nel ’76, che le offre il ruolo di Iris in Taxi Driver, al fianco di Robert De Niro, ruolo che frutta all’attrice la sua prima candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista e le regala popolarità in tutto il mondo.

    Nel 1978Quella strana ragazzaebbe 5 candidature al premio Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, conseguendo il Saturn Award come miglior film, per Martin Sheen come miglior attore protagonista e per Jodie Foster come miglior attrice protagonista.

    Lovely Mollyè un horror del 2012 diretto daEduardo Sánchez(il co-autore del fortunatissimo BLAIR WITCH PROJECT). Questo film, poco conosciuto (da noi) è assolutamente da recuperare: originale, denso, ansiogeno e abile nel mescolare il film “lineare” al found footage.

    Tutto regge sulle spalle della bravissimaGretchen Lodgeche ha avuto per questo ruolo una nomination come migliore attrice ai Chainsaw Award vincendo invece il Fright Meter Award, divenendo poi un volto popolare nella serieCriminal Minds. Sanchez è bravo a creare l’atmosfera malsana che si respira nelle mura di una casa che ad ogni sequenza si rivela più soffocante per chi la abita, regalando brividi senza mostrare sangue.

    Concludiamo conL’angelo della vendetta(Ms. 45) un film del 1981, il terzo lungomentraggio diretto daAbel Ferrarache si inserisce come CULT nel filone rape and revenge di cui diviene un degno rappresentante. Zoe Lund interpreta Thana, una sfortunata ragazza muta che viene violentata due volte nello stesso giorno; la seconda volta la ragazza reagisce e uccide l’uomo, quindi esce con una pistola nella borsetta decisa a fare fuori ogni uomo possa rappresentare per lei un molestatore.

    La protagonista è stata sfortunata anche nella vita; a diciassette anni entra a far parte di un movimento politico studentesco e diventa assistente personale del regista ed attivista politico di origini polacche Edouard de Laurot. Nonostante abbia uno spiccato talento per la composizione musicale, la giovane Zoe è dell’idea che sia il cinema il vero veicolo con il quale esprimere la propria personalità, e soprattutto i suoi ideali politici. Per questo motivo, sebbene non abbia particolari aspirazioni a divenire una attrice, accetta di diventare a soli diciotto anni la giovane protagonista del film di Ferrara. È morta a 37 anni per un’overdose di cocaina.

    E voi, di quali donne avete “paura”?

  • [RECENSIONE] Il Giorno dell’Odio (Daniele Misischia)

    Il film che vi presento stavolta, è del 2012… ma non fa mai male rispolverare ciò che di buono c’è nell’underground italico… anche perché è davvero poca roba e, spesso, finisce dimenticata… o peggio, inosservata.

    Il Giorno dell’Odioè scritto e diretto daDaniele Misischiae annovera nel cast artistico anchePaolo Calabresi(che conosciamo per le sue apparizioni cinema e TV da inviato delle Iene fino a serie tv comeBoris) nel ruolo del protagonista. Il film è ambientato a Roma, in una cornice di malavita e organizzazioni criminali dedite allo spaccio di droga e al traffico di armi.

    È un noir drammatico, che narra di un giorno infernale, attraverso le vite dei personaggi coinvolti in attività non proprio “lecite”. È un film “underground” relegato forzatamente ad un pubblico di nicchia, ma che non stonerebbe con una distribuzione più ampia. La fa da padrone l’atmosfera “suburbana” alienante ed alienata della periferia romana, ed è buona la regia, come la recitazione di quasi tutti gli attori, in modo particolare Alessandra Mosca (artista a tutto tondo, attrice e regista a sua volta) nel ruolo di Enrica e Claudio Camilli nella parte di Gianni.

    Camilli (qui anche co-produttore ed autore) lo abbiamo già notato per le sue varie apparizioni in vari film (alcuni ancora di Misischia, ma lo troviamo anche nel cultGanja FictiondiMirko Virgili). Il forte accento con cui si affrontano i dialoghi, diventa un valore aggiunto di un cinema poco leccato, neorealista quasi, che rappresenta anche un deciso distacco e disprezzo verso la borghesia. Le scene di violenza non mancano, son davvero forti, e supportate da ottimi effetti e ritmo di montaggio.

    Forse si abusa un po’ troppo nei “micro zoom” e movimenti di macchina (che essendo “a spalla” non sarebbero mancati comunque) e spesso diventano più che stile, una forzatura. La trama, è davvero breve da raccontare in sintesi e, come dicevaRuggero Deodato, il buon film è quello che si può raccontare in tre righe:

    A Roma, non la Roma da cartolina dellaGrande Bellezza, vive Gianni, un piccolo spacciatore che dopo una trattativa finita male, si troverà costretto a pagare un debito ad un boss locale entro 24 ore… ore in cui farà di tutto per adempiere al suo “dovere”.

    Sebbene superficialmente si possa pensare a un debito verso Tarantino, l’influenza diUmberto Lenziè totale, specie nel finale in stile noir, ed è proprio Lenzi che Misischia ringrazia – giustamente – nei titoli di coda.

    A costo di diventare ripetitiva, non posso che constatare per l’ennesima volta come le distribuzioni e le produzioni siano cieche di fronte ad autori che riescono con piccolissimi budget a fare CINEMA, quel cinema che i mestieranti blasonati e ben finanziati (spesso anche figli di papà d’arte, di cui d’arte non han nulla) sperano di poter fare e non sfiorano nemmeno per errore.

    Il film è visibile (legalmente, caricato dall’autore) su Youtube, quindi… per chi non lo avesse visto: buona visione!

  • [RECENSIONE] Wrath of the Crows (Ivan Zuccon)

    OvveroL’ira dei corvi. Sebbene sia del 2012, questo è l’ultimo lavoro diIvan Zuccon, e quello che sembra il più sofferto ed amato (forse odiato anche) dal regista.

    Zuccon è indubbiamente uno dei più noti e prolifici registi indie italiani nel mondo, ed è un personaggio tutt’altro che improvvisatosi in questo mestiere, ma che proviene da lunga gavetta e svariate collaborazioni con il maestroPupi Avati.

    Noto soprattutto per le sue svariate e personalissime rielaborazioni delle opere di Lovecraft, al punto da esserne indubbiamente il maggior esponente in patria, stavolta ci presenta una opera completamente originale, e che nasce da un suo soggetto magistralmente sceneggiato daGerardo di Filippo.

    Il film è una co-produzione internazionale fra la casa dello stesso regista e l’americanoZack Ewans, e presenta un cast internazionale fra cui spiccano:Tiffany Shepis(Scream Queen vista dai film dellaTromafino a quelli diAdam Gierasch),Debbie Rochon(242 film, vogliamo citarli tutti? Ma Zuccon l’aveva già chiamata nel precedenteColour from the dark),Tara Cardinal(stunt regista, attrice, scrittrice),Michael Segal(Virus – Extreme Contamination),Domiziano Arcangeli(House of Flesh Mannequins), l’italianissimoMatteo Tosi(il bello di varie fiction TV, ma anche lui una delle icone ricorrenti nei film di Zuccon) ed una poliedricaSuzi Lorraine(Dry Spell,Dead of the Nite).

    La trama: in una prigione da incubo, alcuni detenuti devono sottostare alle ingiustizie perpetrate dal capo delle guardie e dai suoi aguzzini. Le persone sembrano più simili ad animali in gabbia ed anche i loro comportamenti rispecchiano il lato più animale e primitivo dell’uomo.
    Al di sopra di tutti e tutto, c’è il Giudice, un personaggio che nessuno ha mai visto: egli è temuto perfino dalle guardie, ed impone le leggi da rispettare… i detenuti attendono così, di conoscere la propria sorte ed il verdetto di condanna.
    I prigionieri conoscono le regole da seguire, ma non ricordano nulla delle loro vite: ciò che ricordano è solo il male che hanno fatto per arrivare ad essere rinchiusi in quel luogo (e che noi spettatori vediamo attraverso l’uso di vari flashback, tecnica cara al regista).
    Qualcosa cambia quando un nuovo prigioniero si aggiunge alla compagnia: il suo nome è Principessa, ed è una bellissima donna, coperta soltanto da un mantello di piume di corvo…

    Lo script è indubbiamente sofisticato dal punto di vista letterario, ma risulta macchinoso per una messa in scena che, debitrice ad eccessivi rimandi, finisce col risultare poco lineare e tanto confusionaria.
    I dialoghi spesso risultano artificiosi e rendono quasi sempre l’immedesimazione – da parte dello spettatore – difficile. Gli attori son (evidentemente) all’altezza della difficile situazione, così come lo è la regia, regalandoci momenti di grande tensione e bellezza… ma sicuramente avrebbero potuto rendere tutto meglio optando per una struttura narrativa anche solo di poco, più lineare.
    Fra l’altro la complessità dell’intreccio mira a sciogliersi in un twist finale dove tutti i pezzi dovrebbero tornare a posto, ma… purtroppo è proprio il twist che è prevedibile, ed è forse questo il problema principale che appesantisce la visione.

    Siamo sospesi fra horror e metafora e spesso sembra che in questa sospensione ci si perda sia noi spettatori, che gli autori. Forse manca una trama d’insieme vera e propria, mentre ci si frammenta a scoprire i peccati di tutti i singoli prigionieri, ma che insieme non costruiscono tasselli di un vero mosaico… restando belle tessere fini a se stesse.

    La fotografia, firmata dallo stesso regista, alterna momenti notevolissimi ad altri momenti più piatti, pur restando una prova di alto livello rispetto alla media indie italiana e non solo.
    Molte grandi produzioni dovrebbero vedere cosa son in grado di fare questi cineasti, avendo a disposizione budget con cui loro pagherebbero a malapena i costumi di un solo attore, e magari arruolarli (ben pagati) a fare scuola a tanti mestieranti ben inseriti nell’industria più dall’anzianità, che dai meriti.

    Il film è quello che forse si può definire il più sanguinoso e violento e laCreaFXdiElena Sardelli e Danilo Carignola, si mostra una scelta all’altezza di chi aveva grande necessità di occhi cavati, decapitazioni, teste spaccate e ferite varie. Meno riusciti (ma poco invasivi) sono i VISUAL FX ma, considerando che pure nelle produzioni “hollywoodiane” fan quasi sempre pena, ci si può stare; il consiglio sarebbe di farne a meno sempre, comunque e dovunque.

    Il “film look” è indubbiamente di stampo internazionale e di buon livello, ne ho apprezzato molto i toni/colori lividi e cupi, così come il buon audio 5.1 che spesso invece è la nota dolente dei film indie italiani.

    Sicuramente questo è un lavoro che merita una visione (anche due se si vuole apprendere appieno l’intreccio), che segna un momento di passaggio e di evoluzione per lo Zuccon regista che siamo abituati a conoscere; è un film che si ama o si odia senza mezzi termini, e gli amanti del cinema gore/splatter comunque non si annoieranno sicuramente, merito anche di un serrato montaggio firmato anch’esso dell’esperto regista. Non annoierà nemmeno l’alto tasso sensuale/erotico diffuso dalla “Principessa” Shepis, anche questo un elemento sorprendentemente in “eccesso” rispetto alle precedenti opere.

    Dell’ira dei corvi, è stata annunciata una uscita italiana più volte, anche in sala, ma io personalmente ne ho perso le tracce. Fortunatamente il film è reperibilissimo in DVD d’importazione che include vari extras interessanti come il “dietro le quinte” e un “making of” degli effetti speciali visivi.

    Sembra essere il film che per Zuccon ha avuto il processo distributivo più difficile, e quello che ha spinto il già silenzioso e discreto (nel senso uno dei pochi che non “grida” o “odia” dalle sue pagine social, o nelle interviste) autore ferrarese, ad un silenzio maggiormente “eremitico” interrotto solo ora dalla notizia che si è rimesso al lavoro su un film ispirato al Re-Animator di Lovecraft.

    Ma ricordiamo tristemente che anche un gioiellino come il precedente e “lovecraftiano” Colour from the dark (che sposta genialmente l’azione dal New England del 1882 alla provincia rurale ferrarese durante la Seconda Guerra Mondiale) è stato distribuito ed apprezzato in 27 paesi del mondo tranne qui da noi. (Anche questo titolo lo consiglio caldamente, e per me fra tutti i lavori di Zuccon, resta uno dei favoriti).

    Zuccon ama ciò che fa… è un appassionato vero, ma anche un conoscitore vero del mezzo cinema di cui ha grande – innegabile – padronanza. Un cinema in cui si “sporca” le mani, un cinema non fatto da seduto…

    Per citare un saggio: chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista. FATE VOI.

  • [RECENSIONE] Chernobyl Diaries – La mutazione (Brad Parker)

    Protagonisti diChernobyl Diaries – La mutazionesono i soliti sei ragazzi americani in vacanza all’estero che finiscono in un mare di guai.

    Invece di andarsene a Mosca preferiscono visitare i dintorni di Chernobyl dove avvenne il famoso disastro nucleare. A guidarli un tizio del posto che guarda caso sarà il primo a sparire/morire lasciando i sei da soli nel nulla di una città, Pripyat, evaquata all’epoca in fretta e furia e dove oggi si aggirano bestie feroci e soprattutto mutanti ché da quel posto non sono mai andati via.

    La solfa è sempre quella: il gruppo si divide e pian piano muore inesorabilmente, vuoi per i mutanti incazzati o per le radiazioni ancora altissime. La cosa che in qualche modo sorprende è che non si tratta di un POV vero e proprio ma di un film con inserti POV che per il resto del tempo adotta comunque la ripresa a spalla pur non essendoci nessuna telecamera diegetica accesa.

    Ecco dunque il tipico effetto del vedo e non vedo per via delle riprese mosse e dell’illuminazione scarsa dovuta soprattutto dalle torce elettriche. Lo stile dunque è quello che è, efficace ma anche per alcuni da voltastomaco o da mal di testa. Quello che posso rimproverare non è la ripresa mossa, né il fatto che ambientare una storia in un luogo dove è avvenuta una tragedia sia immorale. Quello che avrei voluto è una storia dallo svolgimento meno banale. La luna, lo so.

    Chernobyl diaries lo si deve ad Oren Peli, il regista di Paranormal activity, che qui produce scrive soggetto e (in parte) sceneggiatura. Location delle riprese sono state l’Ungheria e la Serbia quindi per niente vicini al luogo della tragedia (a proposito negli end credits si ringrazia anche il Nucleo antiterrorismo Serbo). Peli affida la regia a Bradley Parker, un tizio che nel cinema non aveva fatto assolutamente niente prima di questo film.

  • [RECENSIONE] Paura (Manetti Bros.)

    Manetti Bros. continuano a sfornare prodotti sempre diversi e dopo L’arrivo di Wang ecco uscire nelle sale il loro ultimo lavoro Paura.

    La cosa che però fa piacere è la sensazione che il loro cinema sia arrivato ad un punto di svolta. Gli ultimi due film infatti hanno, chi in un modo chi in un altro, una cattiveria evidente che i loro lavori precedenti lasciavano solo abozzata. Anche se in qualche modo intuibile, l’apocalittico finale di L’arrivo di Wang non è di quelli che si dimenticano, così come è difficile non partecipare emotivamente al martellante e violento interrogatorio a l’alieno sotto sequestro.

    Con Paura iManetti Bros.giocano sul cliché del gatto che insegue i topi intrappolati. Si parla di tre ragazzi Marco (Claudio Di Biagio), Ale (Domenico Diele) e Simone (Lorenzo Pedrotti), uno studente spacciatore, un meccanico e un musicista metal che si intrufolano nella villa di un marchese sapendolo fuori città per il fine settimana. Il tempo di scoprire che tiene sequestrata una ragazza (Francesca Cuttica, la protagonista anche di L’arrivo di Wang) che il marchese (Peppe Servillo) fa ritorno inaspettatamente alla villa.

    Paura, girato daiManetti Bros.in 3D con delle telecamere Panasonic ad alta definizione, punta tutto sulla tensione dei montaggi paralleli e sull’efferatezza degli effetti speciali di makeup curati da sua maestà Sergio Stivaletti. Anche qui, come succede spesso nelle storie dove c’è un aguzzino e le sue vittime, a un certo punto è inevitabile che i ruoli si invertano trasformando la storia in un rape e revenge.

    Ma non è il solo cambiamento del film: i colpi di scena si susseguono nella parte finale uno dopo l’altro fino a preparare (e dunque anche qui a farci intuire) quello definitivo. Una cosa è comunque certa: ai Manetti non piacciono i finali positivi e chiusi. Sia quello di L’arrivo di Wang che questo di Paurasono finali cupi e aperti verso possibili proseguimenti non certo rose e fiori. Rispetto al loro precedente lavoro poi c’è una maggiore cura nello sviluppo della parte centrale della storia, resta evidente però l’incongruenza in certe situazioni che avrebbero voluto un po’ più di realismo.

  • [RECENSIONE] Cosmopolis (David Cronenberg)

    Cosmopolis, ultimo film diretto daDavid Cronenberg, racconta l’impalpabilità della nostra epoca attraverso il personaggio, quello di Eric, interpretato da Robert Pattinson, di un miliardario che ha perso tutto per una operazione finanziaria sbagliata. Eric è il classico uomo d’affari: non si capisce bene come abbia fatto a diventare ricco, né che cosa faccia esattamente nel mondo della finanza. Si intuisce solamente che il suo campo è in qualche modo legato alle tecnologie, ai computer.

    Punta tutto su una moneta asiatica e perde tutto, o quasi niente perché non sembra accusare poi più di tanto il duro colpo: continua a bruciare i suoi soldi acquistando chiese e passando una intera giornata, quella che gli cambierà la vita, in limousine pur di raggiungere dall’altro capo di Manhattan il suo barbiere preferito. A ben pensarci, lo dico per divagare un po’, anche ai miei tempi si diceva che i nobili, quindi i ricchi, non andavano mai in giro con i soldi. Eric fa lo stesso.

    Durante tutto il film parla di soldi, anche durante un rapporto sessuale, ma di denaro vero e proprio – una sola moneta o banconota- non se ne vede. La sua è una ricchezza figlia dei nostri tempi in qualche modo fittizia, che corre attraverso il mondo virtuale dei kbite, delle carte di credito, dei conti in banca e di internet. Durante la giornata, sull’auto di Eric salgono i suoi collaboratori, le sue amanti (è sposato con una poetessa straricca interpretata da Sarah Gadon), il suo medico.

    Tutto procede, sembrerebbe, come negli altri giorni. I suoi gorilla però sono dubbiosi che qualcuno possa attentare alla sua vita approfittando della situazione caotica che si vive in città a causa della visita del presidente degli Stati Uniti e per il funerale di un famoso cantante rap che rendono le strade intasate, poi come se non bastasse il suo medico gli comunica che ha la prostata asimmetrica. 

    Nel giorno più importante della sua vita Eric capisce di essere spacciato, che la sua vita è insignificante, che le sue ricchezze in realtà non esistono, che si è battuto -e anche barando- per una cazzata, che la sua vita lo ha cambiato in peggio facendo di lui un animale metropolitano.

    Accetta l’inutilità per cui ha sprecato una vita, comprende che si è infilato con le sue mani in un vicolo cieco. Eric che voleva dare ordine al caos, fiducioso di poterlo governare a suo piacimento, capisce la possibilità nella vita dell’imprevisto, dell’ordine che si trasforma in entropia. Prende atto, in definitiva, che il suo micromondo non è poi così inviolabile e perfetto.