[RECENSIONE] Scary Stories to Tell in the Dark

[RECENSIONE] Scary Stories to Tell in the Dark
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André Øvredal è un regista norvegese, meritatamente noto per film come Troll Hunter e Autopsy.

Questo horror “adolescenziale” Scary Stories to Tell In The Dark è prodotto da Guillermo del Toro ed è basato sui racconti per ragazzi di Alvin Schwartz, originariamente raccolti in 3 libri – bestsellers – illustrati.

Molti gli ammiccamenti alla serie Stranger Things, ma anche a It, fortunatamente risparmiandoci il ridicolo involontario in cui inciampa il film di Muschietti.

Attori di livello, purtroppo amati dal regista “più dei mostri” e in un horror è un grave crimine. Aveva capito bene Fulci che per film come Quella Villa Accanto al Cimitero non servisse una Anna Magnani nel ruolo della madre, ma una funzionale Catriona MacColl. Questo voler portare a tutti i costi le sfumature attoriali all’interno dei film di genere distrugge le atmosfere e gli archetipi del genere stesso.

Iniziano col fare l’horror vero questi registi, ma poi quando vedono i soldi e la fama finiscono col fare fiabe per tutti i palati. Ma l’horror non è per tutti. L’orrore è politicamente scorretto per sua natura.

E il politically correct, ricordiamolo, ha “ucciso” ottimi esordienti come Aja e perfino Jackson.

Del Toro ha tracciato i binari su cui si è poi mosso tutto il progetto, a partire dalla scelta di contestualizzare storicamente la vicenda nel 1968 (i film con le ambientazioni d’epoca son il suo debole a quanto pare), l’anno in cui “l’ideale del sogno americano stava cambiando, e il mondo diventava sempre più complesso e spaventoso con la guerra del Vietnam che incombeva sui più giovani”.

Nella prefazione al secondo libro, Schwartz scrive: “Dietro alle storie del terrore può nascondersi anche una morale seria, per esempio ammonire i giovani contro le minacce che li attendono nel mondo quando diventeranno indipendenti”. E questo sembra essere un po’ lo spirito “formativo” con cui regista e produzione impostano la narrazione degli eventi orrorifici.

I racconti originali son tanti, e per lo più rielaborati dalla tradizione popolare nordamericana, alcuni tramandati oralmente attraverso i secoli, e pensati per essere riproposti ai giovani lettori come forma di intrattenimento conviviale: per essere raccontati di notte radunati attorno a un falò, oppure in casa dopo un party, per spaventare e allo stesso tempo divertire gli amici che son rimasti.

Il film si concentra principalmente su 4 racconti, fra i più iconici, cercando di rispettare fedelmente le illustrazioni che han turbato i sonni di tanti adolescenti.

Bella la fotografia di Roman Osin, già apprezzato nel premiato Autopsy, e le musiche del 2 volte candidato all’Oscar Marco Beltrami. Gli FX son convincenti, anche se molta della CGI si sarebbe potuta risparmiare (ma del Toro a quanto pare non rinuncia) avendo a disposizione danzatori e contorsionisti come Javier Botet (già visto in It) Mark Steger (Stranger Things) e Troy James (The Void) che col solo trucco e costumi adeguati potevano fare la differenza.

Convincente il cast di giovani attori provetti (quasi tutti esordienti) e davvero degni di nota per la loro matura prova attoriale: Zoe Colletti, Michael Garz e Gabriel Rush.

Scary Stories To Tell In The Dark intrattiene, non delude come It e ha buoni spunti; non è definibile un horror, la vera tensione manca riducendosi spesso a un esercizio di stile, ma non annoia. Un piacere per gli occhi, che ci intrattiene piacevolmente in un viaggio verso “non si sa dove voglia ben parare”, e questa è la parte che lascia un po’ di insoddisfazione… in quanto le storie son cucite assieme in modo un po’ forzato e non basta far accennare (ad esempio) al protagonista “ho sognato una stanza rossa” oppure “c’è una storia che mi spaventava sempre” detto 2 minuti prima che diventi realtà (nel film) per rendere queste paure credibili e palpabili come un vero turbamento dei protagonisti.

Da vedere senza farsi troppe aspettative e per passare una serata con “piccoli brividi”.

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Antonietta Masina

Salve! Io mi chiamo Antonietta Masina e… già, con un nome così, non potevo che amare il cinema. Son quindi cresciuta fra scherzi, assonanze e rimandi…ad una delle attrici (e muse) più immense; non potevo non conoscere lei (Ovvio, parlo di Giulietta Masina!) ed i film che ha interpretato; grandi film di uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Alle medie, il mio nome venne rielaborato dai compagni di classe in “Antonomasia” e, mentre le altre bambine giocavano con i principi azzurri, io sognavo… sognavo quei cappelli, quei costumi, quei colori… che mi portavano su altri piani di realtà nonostante Fellini stesso affermasse “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.” Ai tempi del liceo poi, si parlava spesso con amici su quale fosse la “Birra per Antonomasia”, “la Canzone per Antonomasia” o “il Film per Antonomasia”… che quasi predestinata, scelsi poi di studiare comunicazione per poter lavorare in questo campo, e far sì che “Antonomasia” in persona potesse rispondere alle loro domande! Chi scrive è una ragazza, anzi, una “persona” che ama il cinema; Il cinema quello fatto con passione, con serietà, ma non seriosità; il cinema condiviso e discusso con chi lo ama, con chi va al cinema (e andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì). Ho una forte predilezione per il cinema fantastico ed horror, il mio fine non è solo quello di condividere i miei pensieri o recensire un film specifico (NON sono un critico, né conosco tutto… anzi, ho molti limiti e carenze che spero di colmare), ma anche discutere sulle motivazioni ed i sottotesti di interi generi.

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