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  • [RECENSIONE] Shelby Oaks – Il covo del Male (Chris Stuckmann)

    Pubblicizzato alla grande, l’horrorShelby Oaks – Il Covo del Maleè un tritume di cose già viste e riviste e più va avanti con la sua storia e più diventa banale, prevedibile, se non addirittura risibile.

    A cominciare dalle due sorelle protagoniste, Mia (Camille Sullivan) e Riley (Sarah Durn), con quest’ultima sparita anni prima mentre girava una trasmissione sul paranormale in un luogo abbandonato,Shelby Oaksnon fa altro che riproporre i soliti personaggi calati nelle stesse situazioni.

    La solita cocciutaggine, guidata dall’amore, di chi vuole la verità e inizia ad indagare per scoprire fatti, cose e personaggi che sono obbligatori per lo sviluppo della classica trama che vuole gli antagonisti mossi da un similare folle amore. E se c’è qualche sorpresa o qualche trovata interessante (i cani infernali che attaccano e proteggono, oppure fanno da esca) subito dopo si rientra nella norma fino al finale che più scontato non si poteva.

    Una storia e uno sviluppo banali, raccontati senza molta inventiva utilizzando i soliti trucchetti deglihorrorcommerciali (o aspiranti tali) moderni: a cominciare dai jumpscare (visivi e sonori) e dal progressivo manifestarsi-palesarsi della demoniaca figura che tutto muove.

    Forse il 4 che gli ho dato a caldo la settimana scorsa suletterboxdè un voto troppo cattivo, perché stiamo parlando di un esordio (del critico eyoutuberChris Stuckmann) che porta a casa comunque il risultato se ci si accontenta delle solite cose horror. Ma sono così tante le situazioni già viste che il ricordo del film si fa già sbiadito poche ore dopo la visione.

  • [RECENSIONE] Strange Darling (JT Mollner)

    Strange DarlingdiJT Mollnersi insinua nel cervello dello spettatore sballottolandolo tra stati d’animo diversi ma soprattutto rendendolo consapevole che un libro non si deve mai giudicare dalla copertina.

    L’aspetto che probabilmente va più a segno è proprio questo: demolire la diffusa abitudine moderna di fermarsi all’apparenza, di guardare le cose, nel nostro caso le persone, con superficialità senza osservarle davvero.

    Che poi, un po’, è quello che ascoltiamo sempre nelle interviste dei vicini di casa del pazzo che stermina la sua famiglia. Mai nessuno che se lo aspettava, tutti invece che rimangono stupiti, che mai avrebbero immaginato.

    InStrange Darling, che Mollner ha anche scritto, siamo noi stessi che ci inganniamo con i nostri pregiudizi, con le nostre convinzioni, che vediamo quello che vogliamo vedere e lo interpretiamo di conseguenza.

    In questo discorso svolge un ruolo fondamentale la capacità recitativa del personaggio principale di interpretare un ruolo, di giocare con la recitazione, di indossare una maschera perfetta per le comuni convenzioni sociali e farla così franca. Una dote che in qualche maniera dimostra di avere anche l’antagonista, creando così uno dei tanti legami tra loro*. Questa capacità unita alla brutalità più animalesca e istintiva sono il binomio perfetto per la sopravvivenza.

    Ne esce unthriller(fotografato dall’attore Giovanni Ribisi in pellicola 35mm) sorprendente, ansiogeno ma non senza ironia, da vedere anche per come descrive l’evoluzione delle violenze, la fascinazione del male, il virus del richiamo del sangue.

    Strange Darlingè distribuito nelle sale italiane daVértice 360.

    *: i due protagonisti sono interpretati da Kyle Gallner e Willa Fitzgerald.

  • [RECENSIONE] The Substance (Coralie Fargeat)

    C’è un aspetto del personaggio protagonista diThe Substanceche la regista e sceneggiatriceCoralie Fargeatracconta con la sospensione dell’incredulità.

    E non stiamo parlando della sua sempre più estrema trasformazione fisica perché lì siamo già avanti rispetto ai momenti narrativi che invece qui ci interessano.

    Elisabeth (Demi Moore) e il suo clone Sue (Margaret Qualley) ancor prima di trasformarsi nelfragile mostroche è sempre stato già faceva cose incredibili e impensabili per come ci è stato presentato il personaggio.

    Grazie alla sua determinatezza nel voler ripartire per non sparire definitivamente, tornare in qualche modo indietro nel tempo, la stella in declino riesce a fare cose che non ci si aspetterebbe come costruirsi da sola una stanza segreta nel bagno, o operare alla stregua di un medico-infermiere praticando iniezioni, punti di sutura. Lei che poco prima controvoglia si abbassava per passare sotto la serranda ed entrare nella clinica segreta che le proponeThe Substance.

    Supera sorprendentemente alcuni suoi limiti ma non riesce a fare altrettanto con le sue paure, le sue fragilità che le impediscono di uscire con il gentile compagno di classe Fred (Edward Hamilton-Clark). Un appuntamento che buca saltando probabilmente la sliding door della sua salvezza.

    La scena in cui lei si trucca e strucca di continuo nella sua semplicità racconta sia le sue insicurezze sul suo aspetto ma anche la sua ribellione a queste. Una lotta con sé stessa.

    Coralie FargeatconThe Substanceracconta la maschilista, superficiale, società dello spettacolo (qui rappresentata da Dennis Quaid) che fa volare (prima) e precipitare (poi) non appena si esce fuori dai canoni (di età, bellezza). E lo fa senza giri di parole. Arriva dritta al succo della storia, al motore, al suo personaggio e a tutto ciò che rappresenta, in modo chiaro e didascalico, sin dalla sequenza iniziale (foto sotto) che in un minuto descrive l’arco temporale di una carriera in quello spietato mondo.

    Elisabeth non ci sta a quella fine, non è preparata alla caduta e sceglie la soluzione più pericolosa. Rischio che non deriva dal fatto che si sottopone ad un rimedio medico segreto, sperimentale, probabilmente illegale, che la fa trasferire sette giorni sì e sette no in un corpo più giovane (e quindi più bello) fatto col suo DNA. L’inganno non sta neanche nel fatto che nessuno sa (e mai sospetterà) che Elisabeth e il suo fresco alter ego Sue sono la stessa persona. La vera minaccia sta nel fatto che Elisabeth rifiuta di essere la responsabile delle (sconsiderate) azioni che compie quando indossa il corpo di Sue. Si sabota ingannando sé stessa per prima. E come già faceva davanti lo specchio continuerà a lottare con sé stessa.

    The Substancearriva dritto al punto senza metafore, allegorie. Cosa che farà storcere il naso a chi ama le figure retoriche. Dritto in faccia spingendo però sempre più l’acceleratore sulla sospensione dell’incredulità, fino all’esageratissimofinale grottesco, divertente, patetico, sgangherato come la protagonista, ennesima vittima di un mondo frivolo che ciclicamente crea e distrugge.

    The SubstancediCoralie Fargeatè distribuito nelle sale daI Wonder Pictures.

  • [RECENSIONE] Smile (Parker Finn)

    Non c’è niente di nuovo nella storia raccontata inSmile, esordio nel lungometraggio diParker Finn.

    Il solito compitino ben eseguito ma parecchio prevedibile nel suo svolgimento. Protagonista la psichiatra Rose che finisce al centro di una catena di suicidi.

    Avvenimenti sempre più allucinatori che rischiano di farla crollare psicologicamente. Ma ovviamente pazza non è e le sue indagini lo dimostreranno.

    E come è naturale che sia negli horror pensati per invadere le sale e i servizi on demand, più si rispettano le convenzioni e più il film lo si porterà a casa senza sforzi. Ed ecco allora i salti dalla sedia, le voci distorte e dalle frequenze basse delle entità mostruose che dicono cose alla protagonista sul suo passato faticosamente rimosso. Eroina sola contro tutti se non fosse per un unico alleato.

    Forse la cosa che resta più impressa del film scritto e diretto daParker Finnsono le lacrime di Rose (Sosie Bacon, figlia di Kevin) per tutto il film, perché inserite in una storia in cui un sorriso mostruosamente innaturale (loSmiledel titolo) è l’elemento da cui scappare, e i due momenti in cui la sua voce si trasforma in quella della bambina problematica che era, che fa molto Marnie di Alfredino Hitch.

    Ma è davvero poco e dispiace sempre dirlo quando si guarda un film pensato per le masse. Perché si ha quasi sempre l’impressione che si voglia sottovalutare lo spettatore, mancandogli di rispetto con un prodotto niente affatto fresco.

    E invece di autori capaci di dire qualcosa di nuovo nelgenere horrore di incassare ce ne sono, perché il pubblico, soprattutto quello appassionato di film dell’orrore, non ha assolutamente voglia di essere imboccato come un deficiente. Magari è impigrito da centinaia di visioni tutte uguali tra loro ma se gli dai un bello scossone si desta e di solito apprezza.

    Anche nel caso diSmile, ma pensate un po’, si parte dal secondo cortometraggio diParker Finndal titoloLaura Hasen’t Slept, premiato nel 2020 al SXSW Film Festival.

    Anche questo breve lavoro contiene un po’ tutto quello che negli horror convenzionali abbonda. Ma al peggio non c’è mai fine:Smile 2, sempre scritto e diretto daParker Finn, è in post-produzione ed arriverà ad ottobre del 2024.

  • [ToHorror 2022] Syk Pike/Sick of Myself (Kristoffer Borgli). La recensione

    Dalla Norvegia arrivaSyk Pike(a. k. a.Sick of Myself) diKristoffer Borgli, suo secondo lungometraggio dopoDRIB.

    Protagonista una ragazza e la sua folle ricerca di attenzioni.

    Signe (Kristine Kujath Thorp) è una bella barista mentre il suo fidanzato Thomas (Eirik Sæther) comincia a farsi notare come artista nel circuito norvegese che conta. La sua fama crescente fa diventare Signe sempre più invisibile, anche tra la sua cerchia di amici. Per porre fine alla cosa, ed avere gli occhi su di sé, Signe assume una droga illegale russa che le deturpa la pelle (ricordate la krokodil?).

    Otterrà attenzioni (e la tanto agognata fama) ma la situazione gli sfuggirà presto di mano, perché come body horror impone cambiamento del corpo e mutamento dello spirito sono correlati.

    Syk Pike/Sick of Myselfci racconta un mondo orribile fondato sul desiderio di fama e successo, sulla immagine e la sua monetizzazione, sul tutto e subito, sull’esaltazione (del superfluo). Un mondo folle che alimenta la follia.

    Non è però un film cupo, attenzione. È anzi parecchio divertente il modo nero e cinico di narrare il cul de sac in cui finisce Signe, tra sensi di colpa, incubi e paranoie da una parte, e un mondo dello show biz che non guarda in faccia a nessuno.

    Syk Pike/Sick of Myselfè inconcorsoalTOHorror Fantastic Film Fest.

  • [ToHorror 2022] Skinamarink (Kyle Edward Ball). La recensione

    In questo periodo in cui sul tema horror delle case infestate la fa da padrone Jason Blum con le sue produzioni ruffiane, patinate, banali ma ricche di seguaci (non solo spettatori, ma anche registi), arriva dal Canada come un fulmine a ciel serenoSkinamarinkdiKyle Edward Ball.

    Skinamarinkè un film che accoglie alcune caratteristiche del sottogenere per raccontarle con un approccio d’altri tempi: vicino aVal Lewtone, andando ancora più indietro,George Méliès.

    Si racconta di due fratellini che si svegliano di notte scoprendo che i genitori sono spariti. Con loro ci sono delle presenze che gli parlano e si manifestano facendo sparire oggetti, trasmettendo un (profetico) vecchio cartone in tv, sovvertendo la logica dello spazio-tempo.

    Kyle Edward Ballnarra la vicenda attraverso una fotografia buia e sgranatissima, utilizzando un sonoro disturbato dai fruscii perenni. In altre parole suggerendo l’orrore.

    Il non visto è la carta vincente diSkinamarink. Neanche i due bambini vengono mostrati chiaramente in volto e sono sempre inquadrati di spalle, o tagliando loro la testa (giusto un profilo verso la fine). Due ragazzini che sono la cosa più inquietante del film per come affrontano gli eventi misteriosi, con una naturalezza che va dallo spavento all’accettazione delle nuove crudeli e spaventose regole del gioco.

    Skinamarinkè il primo lungometraggio diKyle Edward Balled èin concorsoalTOHorror Fantastic Film Fest 2022.