Categoria:cortometraggi

  • [EXTRA] E. A. Poe nell’Espressionismo italiano

    Il paese che resta più impresso per la produzione cinematografica Espressionista è la Germania, ed il film più rappresentativo è indubbiamenteIl gabinetto del dottor Caligari. L’Espressionismo appare nei primi del ‘900 e costituisce il moto inverso all’Impressionismo, ossia dall’interno all’esterno: dall’anima dell’artista direttamente nella realtà, senza mediazioni. Il senso dell’Espressionismo produce una ribellione dello spirito contro la materia e quindi gli occhi dell’anima sono la base di partenza della poetica espressionistica.

    La natura dell’espressionismo è ricca di contenuti sociali, di drammatica testimonianza della realtà. E la realtà tedesca di quegli anni, è la realtà amara della guerra, di contraddizioni politiche, di perdita di valori ideali, di lotte di classe… e proprio questi furono i temi principali e dolorosi degli espressionisti.
    Inoltre gli artisti espressionisti polemizzano contro la società borghese, contro l’alienazione del mondo del lavoro, contro la visione positivistica del mondo, dello scientismo e delle leggi di causalità.

    Queste tematiche son riscontrabili anche nei pochi esempi di cinema espressionista Italiano, che negli anni ’30 arriva perfino a sfornare dei piccoli gioiellini “horror” ispirati ad Edgar Allan Poe (e purtroppo quasi ignoti ai più!) firmati da personaggi illustri.

    Il caso Valdemar: abbiamo qui una versione personalissima della celebre novella sulla sospensione della morte…. realizzata nel 1936 con classe, con intense espressioni e potenza del dettaglio, forte di inserti, primissimi piani, virtuosismi e chiaroscuri. Italiana anche la localizzazione della vicenda, e c’è del fascino in quest’interpretazione di un racconto originariamente ambientato negli Stati Uniti…

    Interessante notare che uno degli autori sia statoGianni Hoepli(si, proprio il celebre editore) assieme al documentaristaUbaldo Magnaghi.

    Ambientazione italianissima anche per il precedenteIl cuore rivelatore(1934) diAlberto Mondadori(curiosamente anche qui alla regia, c’è un futuro editore!). Questo corto ha uno stile più incisivo e reale, che sposa quasi più il nascente neorealismo, preoccupandosi di creare l’atmosfera allucinata con uso non eccessivo di puri espedienti tecnici (fotografia diCesare Civita, sovraimpressioni etc); ne consegue una maggior chiarezza nel racconto cinematografico, che procede abbastanza sostenuto anche per la buona interpretazione. Da segnalare le scenografie a cura diAlberto Lattuada.
    È indubbio come queste opere “sperimentali” e assolutamente avanguardistiche nei contenuti (per l’epoca) siano il frutto di una serie di sinergie fra personaggi provenienti da diverse formazioni ed ambienti culturali. Questo mix (tanto assente nel cinema di oggi) si avverte e ci ricorda le collaborazioni (non inconsuete) fra Bunuel e Dalì (Chien andalou, Age d’or)… o Dalì ed Hitchcock (Io ti salverò).

    Magnaghi non a caso esordisce nel documentarismo facendo tesoro delle avanguardie cinematografiche europee degli anni ’20, eValdemarsarà l’unico lavoro di “finzione” realizzato dal regista, che negli anni ’40, ’50 e ’60 proseguirà il suo percorso all’interno del documentario ma in enti fortemente istituzionalizzati, quali l’Istituto Luce e, dal 1953, la Incom, che alla sperimentazione lasciano ben poco spazio.

    Da segnalare gli effetti speciali nelcaso Valdemarche sfociano in un finale degno dei migliori lavori di Lucio Fulci. Incredibile vedere cosa son riusciti a fare 80 anni fa i nostri “sperimentatori” e quanta pochezza e approssimazione c’è oggi nel realizzare cose pur avendo a disposizione mezzi e scappatoie tecniche già collaudate da altri senza doverle stare ad inventare da zero.

    Monicelli (qui sceneggiatore e aiuto regista) invece continuerà una carriera folgorante fra teatro e cinema, non disdegnando spesso atmosfere grottesche e (quasi) horror per i suoi lavori fra cui il crudoUn borghese piccolo piccoloeArsenico e vecchi merlettiper il teatro.

  • [RECENSIONE] Videotape (cortometraggio, AA.VV.)

    Il cortometraggioVideotapeè l’esordio alla regia diLuna Saracino,Alberico BartoccinieFabrizio Antonacci, che firmano quasi più un progetto emozionalmente corale che un film semplicemente “diretto da”.

    Per una che da sempre segue il cinema ed i siti di cinema come me, il nome di Luna però non è affatto nuovo: già critico, ufficio stampa, assistente alla regia e tante altre belle cose… Luna è una ragazza che, insomma… col mondo del cinema ha sempre avuto a che fare, ed in cui si è fatta le ossa per anni.

    La trama è molto semplice: ci troviamo nella provincia romana, nell’estate del ‘93. In cima ad una vallata, quattro ragazzi hanno costruito un piccolo rifugio in cui trascorrere i pomeriggi dopo la scuola. A far loro compagnia, di tanto in tanto, è Beatrice, una ragazza a prima vista molto timida e silenziosa, non benvoluta da tutti. In uno di quei pomeriggi, i ragazzi imbracciano le loro biciclette e si avventurano lungo sentieri meno battuti ed improvvisamente si imbattono in un bellissimo casale medievale. Non lo sanno ancora, ma quello che troveranno al suo interno cambierà per sempre le loro esistenze.

    Iniziamo subito col dire cheVideotapeè una metafora sull’adolescenza, quindi lo stile narrativo sebbene sia una sorta di neorealismo contemporaneo, è a servizio di una storia che non fa della verosimiglianza il suo punto cruciale. Questo è importante sottolinearlo, perché potrebbe spiazzare uno spettatore pigro e poco abituato – nei corti d’esordio – a tanta raffinatezza che si rifà ad un cinema fatto di attese, riflessioni e silenzi e non alle “tarantinate” (che poi, magari…) tanto in voga oggi fra chiunque decida di esordire in Italia alla regia.

    I rimandi a cult comeStand by meson inevitabili, sebbene qui ci si muove su terreni del tutto personali e non debitori. Anzi, un debito c’è, ma verso quel cinema bello degli anni ’80 con una cura deliziosa verso dettagli, colori, musiche, locations.
    Questi ragazzi conoscono il cinema, lo amano… e si vede. Si vede la poca fretta con cui han allestito il tutto, l’amore che han investito in ogni singolo shooting.

    Attori giovanissimi, bravi… intensi… tutti, nessuno escluso… ma soprattutto, ben diretti. Inutile dire che quel che manca spesso al giorno d’oggi nel cinema indie non son i bravi attori, ma registi che perdono tempo a dirigerli.

    Già dalle prime battute ci rendiamo conto che stiamo assistendo a qualcosa non solo di ben scritto (dialoghi non banali, non forzati, naturali e spontanei in uno script firmato dalla stessa Luna Saracino in collaborazione con Fabrizio Antonacci e Alberico Bartoccini) ma davvero ben diretto.

    Videotaperacconta insomma la storia di un gruppo di adolescenti che, nella fase più delicata della loro crescita, si trova davanti a un ostacolo insormontabile, che li porterà ad abbandonare il mondo dell’infanzia per entrare in quello degli adulti… e non solo.

    Un esordio notevole, che ho avuto modo di ammirare nella presentazione romana tenutasi al Cine Detour, in una sala gremita al punto tale da dover ripetere le proiezioni per poter accontentare tutti i presenti.

    È bello vedere che c’è ancora chi fa cose belle e che le promuove con umiltà, mettendo il proprio lavoro avanti a se stessi, amando l’immagine che han davanti la macchina da presa, e non quella di loro stessi dietro la macchina da presa! Venendo ripagati da tanta attenzione e calore.

    Nel cast: Beatrice Mancini, Claudio Cangialosi, Alessandro Rovai, Domiziano Toniolo, Alessandro Cangialosi, Antonio Ciarallo, Michele Fianco, Barbara Marcotulli, Valeria Mariniello, Alessandro Ibba, Igor Scopelliti.

    Qui il sito con il trailer:
    http://www.videotape-shortfilm.com/

  • “Stella Amore” raccoglie premi aspettando… il Koala

    Best Foreign Language Film Award– The Route 66 International Film Festival
    Miglior Regia– CortoDino
    Miglior regia femminile– Fano International Film Festival
    Best Film– Short to the pointMiglior attrice– Roma Creative Contest
    Premio del pubblico, Miglior attrice– VideoCorto Nettuno
    Miglior regia– Corti di sabbia

    … e tra i premi ricevuti daStella AmorediCristina Puccinelli, il corto di cui abbiamo parlato qualche mese fa, sicuramente ce n’è qualcuno che mi sono perso per strada.  I premi si concentrano sulla regia di Cristina e sull’interpretazione diEleonora Gentileschi, la bambina protagonista del corto. Sono tutti meritati.

    La regia diCristina Puccinelliè attenta alle sfumature della storia e riesce a mantenerla fresca e suggeritrice di sviluppi. Eleonora invece ha un talento naturale per la recitazione che mi auguro venga preservato lasciando intatta la sua fonte d’ispirazione primaria, cioè la sua infanzia da bambina qualsiasi.

    Stella Amore, quindi, è un lavoro maturo su realtà, finzione e autosuggestione che senz’altro meriterebbe un allungamento dei tempi e degli spazi di riflessione, cioè un lungometraggio.

    Incontrando Cristina a margine di un nuovo casting per un corto da realizzare in collaborazione con laFondazione Banca Del Monte di Lucca, mi racconta di aver appena concluso le riprese di“Koala”, cortometraggio prodotto daRaoul BovaconDenise CapezzaeAlessio Vassallo. Una storia che mixa i generi, partendo dagli echi di quelli più cari alKlub 99per dirigersi poi verso il campo da gioco preferito da Cristina, quello dell’osservazione dei personaggi alle prese con situazioni critiche, originali, sorprendenti o indecifrabili.

    Il montaggio è appena iniziato, lo vedremo solo nei prossimi mesi, ma già parlare di un film in questa fase di mezzo tra il mondo delle possibilità e quello della realtà è un piacere da veri cultori.

    Dico a Cristina che il suo lavoro è ricco di dettagli, quelli che rendono una storia leggera e profonda allo stesso tempo. Mi sottolinea che la comune passione del cinema ci porta inevitabilmente a diventareeterni osservatoridi quello che circonda. Finiamo discutendo di quel regista (o era l’altro?) che dichiarò morta la commedia all’italiana incolpando i registi che avevano smesso di prendere l’autobus, cioè di guardare la realtà delle persone comuni. È una coincidenza che Cristina abbia girato il suo primo corto proprio su un autobus? Non so, ma da quell’autobus, quello figurato inteso dal famoso regista, Cristina mi sembra proprio che non voglia scendere, per fortuna dei suoi spettatori di oggi e di domani.

  • [ESCLUSIVA] Ricominciare dal Futuro – INTERVISTA A GIACOMO CIMINI

    Giacomo Ciminiè una di quelle scoperte che Internet ha trasformato da impensabili utopie a realtà, una boccata d’aria fresca per liberarci da quei canoni di successo hollywoodiano che rischiano di farci dimenticare cos’è il cinema: non solo immagine e tappeti rossi, ma passione, storie e un pizzico di follia.
    Ci colleghiamo con un’ora di ritardo rispetto al programma e forse è una fortuna, perché nel frattempo finisco di vedereTomorrowlanded entro così nel clima perfetto dell’intervista, visto che Giacomo ha concentrato la sua migliore produzione fino ad oggi proprio sul genere fantascientifico.
    Ci tengo a raccontargli come, un giorno di qualche anno fa, ho trovato il suo nomecome autore cinematografico.

    Gli spiego così che dopo aver vistouno dei film del fantasmagorico produttore italo greco Ovidio Assonitis, mi è saltata la curiosità di vedere se fosse ancora in attività e così ho scoperto che l’ultimo film da lui prodotto è un lungometraggio diretto proprio da Cimini nel 2003 dal titolo“Red Riding Hood”(Cappuccetto Rosso).

    STEFANO NICOLETTI: Apparentemente il tuo è un percorso inverso rispetto a quello classico che vede i registi affrontare prima i cortometraggi e poi il lungometraggio.

    GIACOMO CIMINI: In realtà ho fatto almeno quattro anni di gavetta, partendo come schiavo di produzione e poi girando anche dei corti miei. Poi a 24 anni si è aperta quella che pensavo potesse essere una possibilità, il film di Assonitis. Colsi la palla al balzo, ma in quell’esperienza non c’è niente di mio.

    Dopo c’è stata l’esperienza televisiva della prima serie TV di “Delitti” e poi quando ho deciso di emigrare qui a Londra ho capito che avrei dovuto ricominciare completamente da zero nonostante i miei dieci anni di esperienza.

    Non ero riuscito a integrarmi coi meccanismi produttivi italiani, forse per mia presunzione, forse per la manca di spazi per il cinema di genere. Aver girato “Red Riding Hood”, un horror low budget, rischiava di farmi ghettizzare. Così mi sono iscritto alla London Film School.

    SN: E lì è nato il corto City in the Sky, che io noleggiai su iTunes e che trovai veramente interessante da molti punti di vista, dall’estetica al soggetto.

    GC: Sì, è stato il mio film di diploma. Quei tre anni della scuola mi hanno dato la possibilità di fare errori e di capire quale potesse essere la mia voce e la direzione da prendere. Le scuole di cinema, in una delle quali oggi insegno, hanno senz’altro il pregio di darti l’accesso a strumenti tecnici professionali e di farti concentrare a tempo pieno sul cinema.

    Per il resto la riflessione artistica l’ho maturata da solo, anche attraverso altri lavori meno riusciti che però non hanno avuto l’effetto immediato di espormi ai giudizi di Internet, come oggi avviene spesso. La funzione principale della scuola è questa, darti tempo.

    SN: Ecco, Internet.Marcus Nispelqualche settimana fa ci ha detto che secondo lui Internet ha già fagocitato il cinema. Che ne pensi?

    GC: A parte le perplessità che mi lascia il commentare la fotografia di un lavoro cinematografico su Youtube o sullo stesso Vimeo, quando si dà per morta una forma d’arte strana e complessa come quella del cinema, la vediamo rigenerarsi in nuove forme. I dati globali ci dicono: incassi altissimi, quantità di film prodotti sempre in crescita.

    Però quando ha esorditoTarantinocon“Le Iene”, tutto il mondo si è fermato, mentre oggi ci sono esordi straordinari, penso ad esempio aBlue Ruindi Saulnier che ti consiglio di recuperare, che non diventano fenomeni, rimangono quasi sconosciuti. È sempre più difficile non solo esordire, ma anche continuare. Sta arrivando poi la realtà virtuale, che a differenza del 3D sembra avere qualche prospettiva in più. C’era il pericolo in verità che il cinema finisse solo sugli schermi dei cellulare, invece ci troviamo a casa invece televisori a 40 pollici a prezzi sempre decrescenti.

    Nei prossimi 10 anni avremo sempre di più il cinema in casa e con la realtà virtuale le distrazioni saranno sempre più vicine allo zero. In sostanza non credo che il cinema stia morendo, solo che stia affrontando grandi trasformazioni.

    Quest’anno il mio film preferito è statoMad Max Fury Road:solo pensare che un film del genere sia stato realizzato ed esista è per me la prova tangibile della salute del cinema. Il cinema bello c’è sempre, ma noi, come ho cercato di raccontare inThe Nostalgist, siamo tutti un po’ vittime della nostalgia.

    Il cortoThe Nostalgist, pubblicato sul canale Youtube di Wired.

    SN: Possiamo dire che fai un cinema di genere?

    GC: Sì. Credo però che tutto il cinema sia cinema di genere, anche quello autoriale che qui a Londra è chiamato Arthouse.Nel mio piccolo, la fantascienza di “City in the Sky” è una fantascienza autoriale, per i tempi, le tematiche… Diciamo che ultimamente faccio cinema di fantascienza.

    SN: Deodato qualche settimana fa mi ha detto che lui è più neorealista di Rossellini, perché il cinema di genere è “il” modo di raccontare la realtà.

    GC: Secondo me qualsiasi forma di narrazione è filtrata e in quanto tale irreale, parlare di reale nel cinema o nel documentario è eccessivo, nemmeno i Dardenne e il loro bambino con la maglietta rossa hanno a che fare con la realtà, perché il bambino per il solo fatto di avere quella maglietta rossa si astrae completamente. La realtà è la realtà, il cinema è un’altra cosa. Si può cercare di veicolare la spontaneità delle emozioni, però il reale in sé si può solo vivere. Queste filosofie, i ragionamenti sul cinema di genere, alla fine servono solo a cercare di vendere biglietti, sono categorie merceologiche.

    SN:City in the SkyeThe Nostalgisthanno molte differenze, ma anche molti punti in comune: la distopia, l’agorafobia di personaggi che temono anche solo di uscire di casa. Mi sembra difficile che siano coincidenze.

    GC: GirandoCity in the Skyho fatto amicizia conDaniel H. Wilson, lo scrittore del racconto dal quale è stato tratto ancheThe Nostalgist. Questo è un legame importante. Dal punto di vista personale ha influito il fatto di essere emigrato qui a Londra, un luogo nuovo dove per forza di cose culturalmente sarò sempre un estraneo. Riflessioni sulla solitudine, quelle che superi con l’amore, le relazioni, la curiosità, il rapporto padre-figlio, sono venuti naturali. Dentro c’è il riflesso dell’esperienza che ho vissuto e che sto vivendo in questo momento.

    Se vai a vivere in un altro paese diventi un esule ovunque ti trovi: non sarò mai inglese, ma al contempo fatico a riconoscere l’Italia. Anche se sono molto informato, non riesco più a stare bene lì, così come non sto completamente bene qui. Comunque, anche il prossimo progetto, come i due precedenti, sarà ambientato in un ambiente chiuso…

    SN: Prima di parlare del progetto futuro, volevo chiederti riguardo aThe Nostalgist: è un progetto molto ambizioso. Spesso progetti di questo genere falliscono, perché non è semplice mettere insieme tutto quello che sei riuscito a mettere dentroThe Nostalgist, effetti speciali compresi. Perché puntare così in alto e non a una storia più a effetto, ma realizzabile con più facilità?

    GC: La potenza evocativa delle storie che ti restano dentro ti spinge all’azione, c’è un elemento quasi sciamanico. Quando ho letto la storia mi sono trovato a 34 anni a dire: “Non sono un giovane esordiente: voglio dimostrare a me stesso che posso fare il mio piccoloBlade Runner.”.

    C’è poi una componente di follia nell’ostinarsi a voler fare questo che è fondamentalmente un lavoro orrendo, meraviglioso se lo fai dai 20 ai 30 anni, ma che quando entrano in gioco le responsabilità capisci che non ti dà nessun appiglio. Sono cresciuto conSpielberg,Ridley Scott, per poi scoprireKubrick… ma la mia ossessione è stato ilCoppoladiApocalypse Now. Quindi mi sono reso conto di complicarmi molto le cose con certe storie… ma il punto è sempre uno: fare cinema. Avere ambizione cinematografica.

    SN: Mi accennavi di un progetto futuro, di cui in giro però non ho letto niente.

    GC: C’è pochissimo in giro, perché ogni volta che ho parlato prima di un progetto poi è deragliato… È un progetto di lungometraggio sul quale sto lavorando da anni. Ora ha una forma definitiva, stiamo cercando il cast, in particolare aspettiamo una risposta da un attore e stiamo cercando i finanziamenti. Ho scritto io la storia, stiamo ricevendo molti incoraggiamenti, abbiamo anche prodotto un teaser trailer. È ambientato in un sottomarino militare negli anni ’60.

    https://vimeo.com/43839079

    Dopo una chiacchierata di quasi un’ora, è il momento di salutare Giacomo e i suoi occasionali “Oh my God”. Ascoltandolo sembra sentir respirare il grande agglomerato umano di cui ormai fa parte, con le sue grandi opportunità legate in modo indissolubile a grandi interrogativi.

  • [ESCLUSIVA] CRISTINA E IL CINEMA – Un aperitivo con Cristina Puccinelli

    Il parchimetro esige almeno cinquanta centesimi. Ne ho quarantacinque. Mi incammino in cerca di un bar, un caffè e un implicito cambio moneta. Mi fiondo dentro il primo che incontro, ma quando capisco che stanno per chiudere è tardi e così resto lì, interdetto, davanti al bancone. Il padrone mi squadra, accenno un sorriso e alla fine concludiamo tacitamente l’affare: lui mi fa il caffè e io, grato, lo butto giù come una tequila bum bum mentre già me ne sto andando.

    In stradacompongo il numero di Cristina Puccinelli. Attrice, autrice di cortometraggi pluripremiati, organizzatrice di eventi di cinema e di teatro, ci dovremmo incontrare nella cornice delLucca Film Festivalper una chiacchierata sul suo nuovo progetto.

    Non è raggiungibile e allora perdo tempo avviandomi verso il centro città. Luccami piace per diversi motivi. Uno di questi è che anche nei momenti più affollati ti regala sempre un angolo di tranquillità, un vicolo tutto per te,uno scorcio di arte silenziosa dentro cui passeggiare.
    Il mio telefono squilla: è Cristina.
    Ci diamo appuntamento presso quel bar che si apre su una delle più belle piazze di Lucca, quella del Duomo.
    Una volta seduti davanti a due spritz, Cristina indica un punto dietro le mie spalle e mi chiede:“Sei sicuro di non voler intervistare lui?”
    Mi volto. “Lui” è il premio OscarPaolo Sorrentino.
    È qui per il Festival dove ha appena terminato una masterclass.

    “Figurati, troppo facile, tutti intervisterebbero lui, mi devo pur distinguere, no?”
    Anche la cameriera annuisce a queste parole, ma forse mi sta solo prendendo per il culo. In verità quando incontro una persona di grande successo mi chiedo semprecosa possa davvero raccontare, nascosta dietro inevitabili pose, relazioni da mantenere, contratti firmati e ancora da firmare.

    Sono qui per Cristina. Quando attacco il Registratore-App lasciamo cadere l’argomento Sorrentino e i suoi capolavori veri o presunti e ne segue una piacevolissima chiacchierata di un’ora.

    Cristina si racconta con una suggestiva miscela di inflessioni toscane e romane. Sa ascoltare, si ricorda perfettamente di un progetto di cui avevamo parlato alcuni anni fa.

    STEFANO NICOLETTI: Quello che penso è che dei film è meglio parlarne prima che dopo, perché quando poi lo vedi il film parla da sé e ognuno lo filtra con le sue esperienze. E poi può far differenza se lo vedi al cinema da solo o a casa in compagnia…

    CRISTINA PUCCINELLI: Certo, può cambiare totalmente, magari in compagnia ti trasmette un’energia diversa… Il punto secondo me è che ci sono storie che ti toccano e altre di cui non ti frega nulla, perché non ti appartengono. Per esempio io non riesco a vedere l’horror, ho difficoltà a entrarci in contatto, è una cosa mia, magari perché le mie paure mi piace svilupparle in un modo diverso. Invece ho una passione per i film che affrontano i modi dell’essere, gli stati emotivi, il grottesco, le storie che fanno piangere e ridere… anche i western, i film in costume faccio fatica a entrarci dentro, soprattutto quando c’è quella messa in scena impomatata che non racconta davvero. Quando c’è una storia forte come in Maria Antonietta o l’ultimo Garrone invece…

    Al tavolo accanto si alza un brindisi che ci distrae. C’è un gruppo di diciottenni che alza i calici per brindare “Alla patente!”. Cristina accenna all’illusione della libertà legata a questa conquista, io al fatto che se continuano a brindare così, tra un paio d’ore potrebbero non averla già più, la patente.

    CP: L’umana disillusione è un po’ il tema del corto nuovo, “Stella Amore”. Il momento in cui scopri che Babbo Natale non esiste. A volte ti piace continuare a crederci, più spesso i bambini vogliono continuare a crederci perché altrimenti si possono scordare i regali… Così impari a stare al gioco. Vivendo nel cinema, ho scritto questa storia in cui una bambina entra in questo complessissimo mondo, che è tutta una lotta. Il mio primo giorno di set da attrice mi ha dato ispirazione: ricordo che fui convocata prestissimo, truccata uno schifo, conciata uno schifo, dovetti aspettare fino a metà pomeriggio per poi sentirmi dire “Dai sbrigate che ggioca la Roma”. Nel corto racconto la disillusione più vera, quella che passa dallo sguardo disincantato di una bimba.

    SN: Lo stai ancora ultimando, giusto?

    CP: Sì, anche se un primo montaggio sarà presentato a Cannes, posso ancora modificare qualcosa e sto cercando di capire quale strada precisa fargli prendere tra le mille suggestioni possibili. Stavolta sono stata comunque molto fedele alla sceneggiatura, anche nel montaggio, aiutata anche dal fatto che l’ultima stesura non l’ho scritta da sola.

    SN: Il tuo primo corto (premiatissimo) è di quasi dieci anni fa, come ti senti di esser progredita nei meccanismi della narrazione?

    CP: Sì, il primo corto è del 2007, questo che sto ultimando è il quinto, alcuni sono stati un po’ delle prove, però il primo, girato con un unico piano sequenza, era un lavoro sottile, sul ruolo, qualcosa che piaceva molto alla critica e faceva dire ad altri: “Ma che davvero ha vinto questo?”. La critica rimase contenta, poi li ho subito delusi(ride)passando a commedie un po’ più di intrattenimento… Oggi Sorrentino diceva una cosa fondamentale: la grande magia del cinema è avere un messaggio e riuscire a comunicarlo, a farlo arrivare. La forza narrativa del primo corto forse era superiore a quella degli altri. “Eppure io l’amavo”, l’ultimo realizzato, anche se è sempre stato girato con mezzi limitati era di un livello tecnico superiore.

    Il primo corto da regista di Cristina Puccinelli “Allora… ciao” (2007)

    CP: Il nuovo lavoro è stato girato in sei giorni, anche se ne sarebbero serviti almeno un paio in più. In alcuni momenti sul set c’erano settanta persone e dare a tutti il giusto humus non è stato semplice. Nel corto si alternano ventidue attori che girano intorno alla bimba protagonista e le scene corali sono state difficilissime da raccontare, in più la produzione ha impostato il lavoro come se si trattasse di lavorare quattro o cinque settimane, quindi sono stati fiscali nel rispetto del programma. Ma la più brava è stata la bimba, ci ha sorpreso tutti, io la guardavo e dicevo: “Ma… è un mostro, è perfetta!”. Incredibile.

    SN: Come l’hai selezionata?

    CP: Ho provinato tantissimi bambini tramite varie agenzie, ma nessuno mi convinceva. Una sera ho visto questa bimba in un ristorante, mi ha colpito la sua spigliatezza, ho chiesto il permesso al suo papà e poi l’ho ricontattata a distanza di qualche mese. L’ho rivista poi un paio di settimane prima delle riprese, per provare le battute, la memoria, l’ho fatta un po’ giocare… Mentre il produttore mi mandava in paranoia dicendomi “Se hai sbagliato la bambina puoi chiudere subito!”. E aveva ragione, perché a quei ritmi se non fosse stata adatta sarebbe stata una tragedia.

    SN: Qualche sera fa ho sentito Ruggero Deodato dire, “Sì, non facevo film da 23 anni, ma in fondo il cinema non mi è mancato”

    CP: Credo che le persone cambino e che lui quando era giovane si sia senz’altro sfogato, no? Anch’io ti confesso che oggi sento più la voglia di vivere la mia vita rispetto a qualche anno fa. Poi sai cosa? ogni regista si deve caratterizzare in qualche modo, fare il personaggio, se vuole emergere… voglio dire: il regista è anche un personaggio!

    SN: Tra i registi emergenti mi sembra di notare che ci sia più una ricerca della grande società di produzione piuttosto che della grande storia da girare, che ne pensi?

    CP: Io mi sono data da fare parecchio per uscire dal meccanismo dell’auto produzione e una produzione vera ti permette di accedere a soluzioni, a location, che altrimenti sarebbero irraggiungibili. È vero che così devi sottostare a regole produttive più stringenti.

    SN: Cos’è che da attrice hai subìto e che invece non farai mai a un altro attore?

    CP: Questa la so(e ride). Si entra nelle dinamiche caratteriali, di gesti che alcune persone farebbero a chiunque, indipendente dal fatto di essere il regista. Ne ho sentito raccontare più di una volta ed è successo anche a me. Io ho il massimo rispetto degli attori, perché so che è difficile, che se non entri nella parte non è una cosa che scende dal cielo e il regista dovrebbe aiutarti, metterti a tuo agio, perché se ti urla in faccia è solo peggio. Poi che c’entra, mi fanno arrabbiare anche a me, eh!

    “Eppure io l’amavo”, il corto del 2013 di Cristina anch’esso premiatissimo e trasmesso anche su Sky, è stato invitato alPrato Film festivalche a giugno dedica una retrospettiva a Pietro Germi. Mentre i neopatentati vanno a far danni altrove e cala un silenzio insperato, finiamo a parlare di quel cinema che riusciamo a definire senza patemi “capolavoro”: Pietro Germi, Elio Petri… film con storie forti, non riducibili alla dicotomia “film impegnato o cinepanettone”.

    CP: Ci sono film francesi, dell’Europa del nord o anche Inglesi o indipendenti americani che riescono a metterci dentro un mondo intero, dove ogni personaggio è un mondo, tipo…

    Esattamente nel momento in cui sto pensando a“Little Miss Sunshine”, Cristina dice “Little Miss Sunshine”.

    SN: Il nonno eroinomane è fantastico.

    CP:È perfetto. Che je voi dì a un film così?

    Tra cinque minuti inizia la premiazione di Romero.
    Ci salutiamo e mi rituffo dentro i vicoli di Lucca. Dopo questa chiacchierata sul cinema insieme a chi lo vive con questa passione, mi sembra di portarmi dietro il riflesso di una certa luce polverosa da proiettore, che sul finale non vorresti mai veder dissolversi.

  • Playground Slaughter!: il Ronald McDonald (horror) che abbiamo sempre sognato

    Girovagando su internet alla ricerca di pagliacci assassini mi trovo davanti a tale Danny Philippou aka Racka Racka, un pazzo che insieme a suo fratello Michael si diverte un mondo a reinterpretare in manieraviolentail clown mascotte della più famosa catena di fast food del mondo. In questa ultima clip che potete vedere qui sotto (Playground Slaughter!) traumatizza a puntino un ragazzino già vittima del bullismo.

    Che Philippou non sia proprio il primo fesso lo si capisce da questa clip, e se le ricerche qui fatte sono giuste sappiate che ha fatto esperienza sul set di Babadook di Jennifer Kent. Sul suo canale YT ci sono anche altri format come quello dei Versus in cui ad esempio si scontrano i supereroi della Marvel e della DC Comics o anche i fans/personaggi de Il signore degli Anelli con quelli di Il Trono di spade.