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  • [RECENSIONE] Vizio di Forma (Paul Thomas Anderson)

    Ok, andiamo subito al “vizio di forma” di questa stessa recensione, che in verità è un vizio di sostanza: non mi chiedete la storia precisa del film perché ve la racconterei con dei buchi enormi.

    Non è tutta colpa mia e nemmeno è tutta colpa del film.

    Il fatto è che ho visto il film diPaul Thomas Andersonin un dopocena infra-settimanale e quando le luci si sono spente ho scoperto (“Gesù…”) che si trattava di una visione in lingua originale con i sottotitoli. Così, ho lottato strenuamente contro la stanchezza, la concentrazione e contro un resto del pubblico, abbondante, fatto di studenti sfaccendati che sembravano essere lì solo per rendere evidente il fatto che io, diversamente da loro, la mattina mi devo alzare alle 6.

    Paranoie a parte (c’erano anche un paio di coppie datate con la faccia da baby-pensionato), sono arrivato al cinema ben motivato:P.T. Anderson(da non confondere né conWes Andersonné conBrad Anderson) è uno dei registi più originali di questi tempi strani, sia nell’impostazione visiva sia nei tempi delle storie. 

    In verità qui l’occhio, che nei film precedenti di P.T. si fissava sulla faccia nascosta della storia, sui silenzi che svelano più delle parole, sugli effetti implacabili delle nostre azioni nel lungo periodo, va dritto in faccia ai personaggi, alle loro microespressioni, ai loro tic, ai loro vizi che ne deformano la realtà. Merito o colpa sicuramente del libro diThomas Pynchonda cui è tratta la sceneggiatura, che ora giace sul mio comodino in buona posizione (e compagnia) per esser letto prima dell’estate.

    Le vicende girano intorno (o meglio, avvolgono irrimediabilmente, contro la sua volontà) a Doc Sportello, investigatore privato impersonato daJoaquin Phoenix, la cui recitazione in inglese è quasi indistinguibile dai mormorii di pancia (santi sottotitoli). Doc Sportello (il nome è esattamente questo anche in inglese) nonostante viva a malapena nel 1970, ha già rinunciato da tempo al sogno americano a favore di una vita scandita da relazioni personali senza senso e da un consumo regolarissimo di sostanze psicotrope.

    La sua vecchia fiamma all’improvviso lo tira dentro un intrigo sanguinolento che prende spesso le strade della farsa, soprattutto quando Sportello si incontra-scontra con il ferreo poliziotto dal soprannome pulp di Bigfoot, impersonato da uno stupendo Josh Brolin.

    La storia è labirintica, ma quello che importa è seguire i tanti diversi personaggi, lasciandosi trascinare in un mondo al limite tra la realtà e il sogno disturbato, fino a un finale che rischia, in questo contesto, di essere fin troppo consolatorio.

    Vizio di Formanon è il miglior film diPaul Thomas Anderson, non è il film che ti puoi aspettare da lui, ma alla fine, anche se il senso della storia ti è sfuggito completamente, è un film che ti lascia delle immagini ben precise in testa e questo, alla fine, è un ottimo risultato.

    Vizio di Forma è distribuito in Italia daWarner Bros. Entertainment.

  • [EXTRA] I 40 anni di Non aprite quella porta di Tobe Hooper

    C’è stato un momento in cui il cinema statunitense, un certo tipo di cinema statunitense, ha iniziato a farsi domande sulla propria nazione. Un cinema che iniziava a notare, e a denunciare, la bugia per tanto tempo detta dall’America che il male arrivasse da fuori i suoi territori.

    Il pericolo, così dicevano, arrivava da lontano, preferibilmente dall’Unione Sovietica. La paura più grande era una invasione palese o peggio nascosta. La paranoia degli Stati Uniti che nei suoi territori si nascondessero spie di altri paesi, comunisti, viene raccontata dalla fantascienza in film comeL’invasione degli ultracorpidove l’alieno duplica gli umani nell’aspetto ma non il loro carattere, o come neIl villaggio dei dannatiin cui addirittura l’invasore ingravida le donne dando origine ad una nuova specie umana fatta con lo stesso stampo e, di nuovo, priva di sentimenti. In entrambi i casi, guarda caso, fatale fu l’addormentarsi.

    Negli stessi anni, parliamo di un periodo a cavallo tra il 1950 e il 1960, accade però qualcosa che fa aprire gli occhi agli americani in maniera brutale. Nel 1957 viene arrestato Ed Gein, nel suo capanno la polizia trova il corpo decapitato di una donna scomparsa. Ulteriori perquisizioni portano alla luce particolari talmente orribili da superare ogni limite finora visto o immaginato. Di pazzi assassini nati e cresciuti in America come lui ce ne saranno altri, Gerard John Schaefer, Ted Bundy, John Wayne Gacy, Donald Harvey, così come tanti già c’erano stati (come l’infermiera Jane Toppan o Henry Howard Holmes) ma furono prontamente rimossi dalla memoria collettiva.

    Ed Gein però fu un caso che fece particolarmente scalpore. Il suo modus operandi, i suoi macabri trofei colpirono talmente tanto la nazione che non tardarono ad arrivare le rielaborazioni artistiche delle sue folli gesta.

    Robert Bloch pubblica nel 1959 Psycho, l’anno successivo esce l’adattamento diAlfred Hitchcock,Tobe Hooperpoco meno di tre lustri dopo conNon aprite quella porta(The Texas Chain saw massacre) propone la sua versione di quella storia.

    Una versione completamente diversa rispetto a quella di Hitchcock ma con qualche punto in comune. Non più un timido, solitario e schizofrenico proprietario di hotel ma un’intera famiglia di Ed Gein il cui passatempo preferito è uccidere chiunque violi la loro proprietà.

    E qui veniamo al punto in comune che il film di Hooper ha con quello di Hitchcock: la violazione di domicilio. L’invasore, che prima era visto come il carnefice che arrivava per fare i suoi porci comodi, diventa vittima nel momento in cui mette piede nella proprietà sbagliata.

    Un concetto che in quegli anni, più o meno, troviamo anche in altri film non ispirati agli omicidi di Gein comeLe colline hanno gli occhie Venerdì 13.

    Non aprite quella portaquando esce nella sale americane il 4 ottobre del 1974 assesta un pugno nello stomaco difficile da dimenticare. Forse anche perché nel film non sono mostrati insistentemente sangue e squartamenti. Probabilmente per motivi di budget, le violenze palesemente mostrate sono poche preferendo lasciare spazio a quelle fuori dalla cornice dell’inquadratura, o risolte/suggerite in altro modo come nel caso della famosa scena del gancio.

    Per raggiungere il suo scopo disturbante sfrutta tutti gli strumenti base del cinema: un montaggio spesso non convenzionale, un uso del sonoro sempre attento, una recitazione sopra le righe, un approccio spesso grottesco nel raccontare l’orrore.

    Di tanti film di quel periodo che raccontavano di mostri americani, pensiamo anche aL’ultima casa a sinistra,Non aprite quella portaè quello più sporco, puzzolente (persino più diPink Flamingos), eccessivo. Ci sembra di sentirlo il cattivo odore di quella casa. Marilyn Burns (scomparsa il 5 agosto di quest’anno) e la sua combriccola di giovani hippie passano dal sogno (americano) all’incubo della realtà.

    Giovani e spensierati morti ammazzati li ritroviamo anche in un altro cult di quel periodo, ancora una volta vittime di un mostro made in USA. E sto parlando diHalloweendiJohn Carpentercon la figura di Michael Myers che incarna, sono parole del regista, il concetto di male in sé.

    Grazie a questo periodo sono emersi registi importanti, ai loro esordi piuttosto arrabbiati e nichilisti (la pistolettata in faccia alla bambina inDistretto 13 le brigate della mortenon si può dimenticare così come la fine all’ultimo secondo del protagonista diLa notte dei morti viventi), oggi sottotono, se non addirittura scomparsi dopo essere stati fagocitati dal sistema Hollywood, solo in pochi ancora capaci di colpirci senza troppi complimenti.

    Oggi questa capacità di critica e di analisi della società americana è quasi scomparsa nel cinema di genere, però due buoni esempi sono usciti a poca distanza l’uno dall’altro nel 2009:Drag me to helldiSam RaimieThe BoxdiRichard Kellyci hanno ricordato come la crisi finanziaria possa generare mostri. Più recentemente ci hanno provatoDaniel Stammcon 13 signs eRama MoosleyconBotte di fortuna, peccato però che l’approccio sia da e vissero felici e contenti, soprattutto il secondo.

    Il resto è quasi esclusivamente monopolio di reboot di remake e cinecomix multimilionari. Tristezza infinita.

    Guarda in streamingNon aprite quella portadiTobe Hooper.

  • [RECENSIONE] The Leftovers – Svaniti nel nulla (serie tv, stagione 1)

    Scrivo dopo aver visto l’ottava puntata diThe Leftovers – Svaniti nel nulla(la prima serie ne conta dieci, la seconda è in preparazione).
    Mi capita spesso di parlare di film che sono da vedere anche solo per una scena ben precisa.

    Ecco, con lo spostamento di molti sforzi produttivi dal cinema alle serie tv, era inevitabile che accadesse anche quello che mi è successo conThe Leftovers – Svaniti nel nulla: innamorarsi di una singola puntata e pensare che varrebbe la pena sobbarcarsi tutta la serie anche solo per poter apprezzare quella: nel caso specifico, la numero sei.

    Lì c’è la perfezione della scrittura, delle ambientazioni, dei personaggi e delle soluzioni per tirarne le fila. C’è anche la sensazione di pace inquieta che si sperimenta quando si sa di vivere una situazione difficile e contemporaneamente di aver fatto tutto, tutto quello che era possibile fare.

    The leftovers, sulla scia di altre serie comeForward, tratta di eventi inspiegabili vissuti da tutta la collettività, che viene studiata al microscopio per verificarne le reazioni. Nel caso specifico, si è verificata la contemporanea sparizione di un essere umano ogni cinquanta in tutto il mondo.
    Il campione che viene vivisezionato è quello di una piccola cittadina americana di provincia, con il solito sceriffo problematico a provare a farsi carico di tutto il dolore che lo circonda.

    Diretta con buone scelte d’atmosfera, alterna puntate più intimiste ad altre più movimentate, nervose, angoscianti. L’angoscia è un filo conduttore forte della serie e spesso ogni fine puntata è accompagnato da un sospiro di sollievo, a ricordarci che le immagini in movimento servono anche per tenere in movimento quelle sensazioni sopite da tutte le stressanti comodità che ci circondano.

  • [EXTRA] La trilogia del cornetto/La trilogia sull’amicizia

    È stata definita dai loro autori la “trilogia del cornetto” per via di un Cornetto Algida presente in ciascun film, ogni volta di colore diverso a seconda del genere del film stesso. Stiamo parlando, ovviamente, diL’alba dei morti dementi(fastidioso titolo italiano diShaun of the Dead),Hot FuzzeLa fine del mondo. I tre film pensati, scritti e diretti dal duo inglese, che poi è a tutti gli effetti un trio,Edgar Wright(alla regia),Simon Pegg(attore principale), entrambi sceneggiatori, eNick Frostattore spalla di Pegg.

    In questa trilogia i due attori, a ben vedere, interpretano sempre personaggi legati da un’amicizia ogni volta differente. Se inL’albasono amici di vecchia data, inHot Fuzzla vediamo nascere sul momento mentre neLa fine del mondonon c’è più e neanche la particolarità degli eventi sembra in grado di ricucire lo strappo. Tra i tre, da questo punto di vista, il migliore restaLa fine del mondo: vedere Andy/Frost insofferente per ogni cosa fatta dall’ex amico Gary/Pegg fa ridere e funziona piuttosto bene, soprattutto se si conoscono i loro trascorsi cinematografici sempre da amiconi, una filmografia che comprende anchePauldiGreg Mottola.

    La questione andrebbe approfondita, per adesso mi accontento dell’intuizione.

  • La saga di Alien in breve: i quattro film col bavoso mostro spaziale

    A pochi giorni dall’uscita nelle sale diPrometheusdiRidley Scott, film prequel della saga cinematografica diAlien, ripercorriamo insieme brevemente i quattro film che compongono la suddetta saga.

    Alien(1979) diRidley Scott
    soggetto:Dan O’ Bannon,Ronald Shusett
    sceneggiatura:Walter Hill,David Giler
    attori:Sigourney Weaver,John Hurt,Ian Holm,Tom Skerritt,Veronica Cartwright,Harry Dean Stanton
    fotografia:Derek Vanlint
    scenografie:Michael Seymour
    montaggio:Terry Rawlings,Peter Weatherley,David Crowther(del director’s cut).
    musiche:Jerry Goldsmith
    produttori:Walter Hill,David Giler,Gordon Carroll

    Il capostipite della tetralogia, il secondo film diRidley Scott, e l’apripista di un nuovo modo di fare cinema. Horror e fantascienza non si erano mai fusi così prima d’ora.John Hurtspanzato dal piccolo alien,Ian Holmscienziato robot da prendere a legnate, un mostro spaziale che attraversa diverse trasformazioni dalla nascita all’età adulta, e con una donna (la Weaver) che alla fine sconfigge il mostro realizzato dal nostroCarlo Rambaldisui disegni di Giger.

    Da questo film in poi niente sarà più come prima, le sue influenze arrivano fino ai giorni nostri.

    Apparentemente semplice (un mostro uccide i membri di un’astronave)Alienè in realtà un film con molteplici letture e argomenti col rischio quindi di vederci anche quello che non c’è. Molti i nomi coinvolti nel progetto di una certa importanza, daDan O’ Bannon(sceneggiatore diDark Stare regista diIl ritorno dei morti viventi) aWalter Hill(I guerrieri della notte,48 ore).

    Aliens: scontro finale(1986) diJames Cameron
    t.o.:Aliens
    soggetto:James Cameron,David Giler,Walter Hill
    sceneggiatura:James Cameron
    attori:Sigourney Weaver,Lance Henriksen,Bill Paxton,Michael Biehn,Carrie Henn,Paul Reiser,Jenette Goldstein,William Hope
    fotografia:Adrian Biddle
    scenografie:Peter Lamont
    montaggio:Ray Lovejoy
    musiche:James Horner
    produttori:Gale Anne Hurd,Walter Hill,David Giler,Gordon Carroll

    Nel 1986, arriva il sequel diAlien.

    50 anni e passa dopo la sua disavventura Ripley si risveglia, neanche il tempo di riprendersi dallo shock che deve ripartire per il fottuto pianeta dove tutto ebbe inizio. Motivo? Il posto nel frattempo è diventato una colonia abitata da terrestri che però non dà più segni di vita. Con un gruppo di marines scende sul pianeta. La base dei terrestri è devastata, gli abitanti tutti morti. Si è salvata solo una ragazzina, Newt, che instaura con Ripley sempre più un rapporto madre-figlia.

    Principalmente però inAliens: scontro finalec’è da menare agli alieni perché questa volta (come anche il titolo al plurale suggerisce) non ce n’è uno solo ma molti. Fino allo scontro finale con la regina, la madre pregna di tutti i bastardi alieni che si è legato al dito il fatto che Ripley gli ha bruciato un po’ di uova.

    Va da sé che rispetto al primo film aumenti qui la componente action. Altra novità sta nella rappresentazione del mostro: se nel primo film si nascondeva per lo più nell’oscurità in questo secondo episodio viene mostrato chiaramente, magari perché illuminato dai lampi delle armi da fuoco dei militari.

    Torna con Bishop (interpretato daLance Henriksen) il personaggio dell’androide ma questa volta è buono, meno robot, meno marionetta rispetto al personaggio di Ash, più indipendente e coscienzioso. Inizia a sentirsi l’astinenza sessuale di Ripley.

    Dopo la storica cacciata dal set diPiranha Paurae il successone diTerminator,James Cameronsbanca ancora una volta il botteghino. 

    Gli alieni questa volta vengono realizzati daStan Winston.

    Alien³(1992) diDavid Fincher
    soggetto:Vincent Ward
    sceneggiatura:Walter Hill,David Giler,Larry Ferguson
    attori:Sigourney Weaver,Charles Dance,Charles S. Dutton,Paul McGann,Ralph Brown,Brian Glover,Pete Postlethwaite,Christopher Fairbank,Danny Webb,Christopher John Fields,Holt McCallany,Lance Henriksen
    fotografia:Alex Thomson
    scenografie:Norman Reynolds
    montaggio:Terry Rawlings,David Crowther
    musiche:Elliot Goldenthal
    produttori:Gordon Carroll,David Giler,Walter Hill,Sigourney Weaver

    Scampata anche alla regina, Ripley precipita con la navicella di salvataggio in un pianeta-prigione. Hicks e Newt, gli unici saliti a bordo con lei, sono morti. Ben presto si scopre che la regina madre prima di schiattare ha deposto delle uova che hanno ingravidato Ripley. Senza capelli (nella prigione girano i pidocchi) senza armi né tecnologie avanzate i detenuti dovranno lottare contro l’alien che film dopo film non fa che evolversi. L’ormai sfacciato appetito sessuale di Ripley, che, a proposito, di nome fa Ellen, viene finalmente appagato con un ex detenuto, Clemens.

    Alien³è la pellicola che fa debuttare sul grande schermo il videoclipparo David Fincheril quale però si è allontanato dal film subito dopo, non vogliamo dire disconoscendolo ma ci siamo vicino.

    Questo terzo episodio va in una direzione tutta sua, diversa dai precedenti film.

    Innanzitutto per il suo impianto visivo dalle forti predominanze cromatiche gialle e verdi capaci di dare un senso di sporco e di cupezza notevoli, questo è infatti il capitolo più pessimista, e per l’utilizzo delle soggettive del mostro che rincorre i carcerati utilizzando il soffitto le pareti e il pavimento. Torna Henricksen nel ruolo dell’androide Bishop.

    Questo terzo episodio si è avvalso degli effetti speciali diGeorge Gibbs,Alec GilliseTom Woodruff Jr..

    Curiosità: Newt questa volta è interpretata, anche se solo da morta, da un’altra attrice:Danielle Edmond. Sia lei cheCarrie Hennhanno girato solamente un film.

    Alien: la clonazione(1997) diJean-Pierre Jeunet
    t.o.:Alien resurrection
    soggetto e sceneggiatura:Joss Whedon
    attori:Sigourney Weaver,Winona Ryder,Dominique Pinon,Ron Perlman,Gary Dourdan,Michael Wincott,Kim Flowers,Dan Hedaya,J. E. Freeman,Brad Dourif
    fotografia:Darius Khondji
    scenografie:Nigel Phelps
    montaggio:Hervé Schneid
    musiche:John Frizzell
    produttori:Bill Badalato,Gordon Carroll,David Giler,Walter Hill,Sigourney Weaver

    Alien la clonazioneè forse il capitolo migliore dopo il capostipite. Merito di una storia piuttosto originale e ben scritta daJoss Whedon(futuro regista diThe Avengerse sceneggiatore diQuella casa nel bosco, il miglior film horror dell’anno). Alla regia questa volta il visionario francese Jean-Pierre Jeunet.

    200 anni dopo le vicende del terzo episodio Ripley è stata clonata per estirpare dal suo corpo la nuova regina madre. Il motivo è sempre quello, sin dal primo film, gli aliens fanno gola -ai soliti potenti che comandano tutto, esercito compreso- per il loro potenziale distruttivo. Un’arma di distruzione di massa come mai si era vista nell’universo conosciuto.

    E la grossa novità sta proprio nel personaggio di Ripley che qui assume atteggiamenti animaleschi lontani da quelli spauriti (leggi umani) degli altri film. Dentro di lei c’è infatti un po’ di DNA alieno che la rende praticamente invincibile e insensibile almeno fino a quando non incontra prima i sette cloni che l’hanno preceduta, per questo lei viene chiamata dagli scienziati-militari la numero 8, e poi l’alieno uscito dalla seconda covata che aveva in petto, alieno, più umanoide dei precedenti, che alla fine uccide (ancora una volta scaraventandolo nello spazio) con profondo rammarico.

    A causa della sua doppia natura Ripley è combattuta se aiutare i terrestri o gli alieni, se salvare il genere umano o dare una seconda possibilità ai mostri.

    Chi dimostra sensibilità è invece l’androide interpretato daWinona Rider, un robot molto vicino alle sensibilità dickiane. 

    Unico neo probabilmente sta nel finale troppo consolatorio in cui le due donne finalmente approdano sul pianeta Terra.

  • [RECENSIONE] Chernobyl Diaries – La mutazione (Brad Parker)

    Protagonisti diChernobyl Diaries – La mutazionesono i soliti sei ragazzi americani in vacanza all’estero che finiscono in un mare di guai.

    Invece di andarsene a Mosca preferiscono visitare i dintorni di Chernobyl dove avvenne il famoso disastro nucleare. A guidarli un tizio del posto che guarda caso sarà il primo a sparire/morire lasciando i sei da soli nel nulla di una città, Pripyat, evaquata all’epoca in fretta e furia e dove oggi si aggirano bestie feroci e soprattutto mutanti ché da quel posto non sono mai andati via.

    La solfa è sempre quella: il gruppo si divide e pian piano muore inesorabilmente, vuoi per i mutanti incazzati o per le radiazioni ancora altissime. La cosa che in qualche modo sorprende è che non si tratta di un POV vero e proprio ma di un film con inserti POV che per il resto del tempo adotta comunque la ripresa a spalla pur non essendoci nessuna telecamera diegetica accesa.

    Ecco dunque il tipico effetto del vedo e non vedo per via delle riprese mosse e dell’illuminazione scarsa dovuta soprattutto dalle torce elettriche. Lo stile dunque è quello che è, efficace ma anche per alcuni da voltastomaco o da mal di testa. Quello che posso rimproverare non è la ripresa mossa, né il fatto che ambientare una storia in un luogo dove è avvenuta una tragedia sia immorale. Quello che avrei voluto è una storia dallo svolgimento meno banale. La luna, lo so.

    Chernobyl diaries lo si deve ad Oren Peli, il regista di Paranormal activity, che qui produce scrive soggetto e (in parte) sceneggiatura. Location delle riprese sono state l’Ungheria e la Serbia quindi per niente vicini al luogo della tragedia (a proposito negli end credits si ringrazia anche il Nucleo antiterrorismo Serbo). Peli affida la regia a Bradley Parker, un tizio che nel cinema non aveva fatto assolutamente niente prima di questo film.