Tag:1991

  • [EXTRA] 10 film sulle Home Invasion da guardare in streaming

    Per accompagnare l’uscita oggi nelle sale italiane grazie aVertice 360dell’horror-thrillerThe Strangers – Capitolo 1diretto daRenny Harlin, primo capitolo di una trilogia che si ispira all’omonimo film diBryan Bertino, vi proponiamo 10 film a temahome invasiondisponibili instreamingin Italia.

    Home invasion o violazione di domicilio, per dirla in italiano.

    Si intende un ingresso irruento in una abitazione da parte di malintenzionati, di gente non invitata. Ma il discorso si può allargare anche in situazioni in cui le persone invitate in una casa da cordiali diventano invadenti e minacciose.

    Le violazioni possono essere subìte per insinuarci l’idea che la casa non sia poi quel luogo così sicuro come crediamo. Ma possono anche essere raccontate dal punto di vista degli invasori magari per mostrarci che non è mai una buona idea entrare in casa altrui perché le reazioni possono essere imprevedibili.

    La diciamo in inglese non perché faccia figo, o assicuri una migliore indicizzazione nei motori di ricerca, ma perché è un tema affrontato soprattutto dal cinema statunitense.

    Ma esistono esempi anche in Italia, comeLa casa sperduta nel parco, film diRuggero Deodatodel 1980, interpretato da David Hess (già bastardissimo otto anni prima ne L’ultima casa a sinistra di Wes Craven), Giovanni Lombardo Radice, Annie Bell, Christian Borromeo.

    Nello stesso anno il tema è stato trattato anche daFernando Di LeoinVacanze per un massacro(1980). Nel film Joe Dalessandro entra in casa di Patrizia Behn e Lorraine De Selle alla ricerca di un bottino da lui nascosto da quelle parti tempo prima.

    Film poi rifatto nel 2021 daGabriele AlbanesiinBastardi a mano armata.

    Qui la recensione.

    Ma è soprattutto il cinema americano ad aver trattato e sviluppato il tema delle invasioni domestiche. Cominciamo ad entrare nell’argomento con un classico del cinema.

    La notte dei morti viventidiGeorge A. Romero. 1968.

    Nel suo scardinare i meccanismi e le convenzioni borghesi statunitensi, occidentali,La notte dei morti viventiattacca uno dei suoi pilastri ovverola casa. La sicurezza che dovrebbe offrire vacilla, assediata dai morti viventi, e da riparo si trasforma in una potenziale trappola per chi si trova al suo interno.

    La casa neradiWes Craven. 1991.

    Ribaltando il punto di vista “classico” delle home invasion,La casa nerala racconta dal punto di vista di chi la fa e non di chi la subisce. Un ragazzino afroamericano così facendo scopre i loschi traffici di due rispettabilissimi americani bianchi, intoccabili, razzisti, senza cuore, pieni di soldi.

    You’re NextdiAdam Wingard. 2011.

    Una home invasion per scardinare un altro pilastro della società occidentale, il muro portante di ogni società:la famiglia. Scritto da Simon Barrett,You’re Nextè la versione slasher diParenti Serpenti(1992) diMario Monicelli, scritto invece daCarmine Amoroso.

    I Davison sono sia vittime che carnefici di un orrore che nasce da quel insieme di individui legati da un vincolo di parentela che è una delle basi di ogni società. Sono il classico nucleo famigliare, disfunzionale, con le sue ruggini, divorato al suo interno. E sono ricchi.

    La cosa va sottolineata perché il denaro è il motivo che innesca la home invasion. Se non hai i soldi entri in casa di chi li ha, se già li hai ne vuoi ancora di più.

    The StrangersdiBryan Bertino. 2008.

    Qualche anno prima del film di Wingard, l’esordiente Bertino (la sua ultima regia èThe Dark and the wickeddel 2020, ma un nuovo film è in arrivo) racconta di una coppia in crisi, o che comunque è in “modalità litigata”, che resta vittima di tre psicopatici mascherati. Assassini che ammazzano per il gusto di farlo, senza motivi economici, di odio sociale: semplicemente gli andava di farlo. E la comparsa improvvisa di James (Scott Speedman) e Kristen (Liv Tyler) nella casa isolata di lui (raramente utilizzata) è stata per loro come una manna dal cielo, un invito.

    Man in the darkdiFede Alvarez. 2016.

    Ecco un altro film che ribalta il punto di vista narrativo e ci racconta di tre ladruncoli che hanno la sciagurata idea di rapinare un veterano della Guerra del Golfo rimasto senza vista ma con un bel gruzzolo. Il trio non solo si renderà conto che la cecità potenzia gli altri sensi, in primis l’udito, che il titolo originale (tradotto “Non respirare”) suggerisce bene, ma si accorgerà anche che l’ex soldato non ci sta tanto con la testa.

    La notte del giudiziodiJames DeMonaco. 2013.

    In un futuro (l’orami passato 2022) in cui negli Stati Uniti esiste una notte l’anno in cui ogni crimine è permesso, i ricchi Sandin si barricano nella loro casa aspettando l’alba. Ovviamente qualcosa interromperà presto la lunga attesa. Tra istinto di sopravvivenza, slanci d’altruismo, sentimenti rancorosi, la famiglia protagonista avrà un bel da fare.

    La casa delle bambole – GhostlanddiPascal Laugier. 2018

    Dal regista francese diMartyrsPascal Laugierarriva questo altro truce film che racconta l’elaborazione di una violenza subìta a seguito di una violazione di domicilio da parte di un bestione e di un altro uomo travestito da donna.

    La casa delle bambole – Ghostlandracconta di lutti, rancori, mondi costruiti dalla fantasia per sfuggire da una realtà che imprigiona. Protagoniste due sorelle Vera e Beth (Taylor Hickson, Emilia Jones, da giovani, con la prima che è rimasta gravemente ferita al volto durante le riprese, Anastasia Phillips e Crystal Reed, da adulte) ed il loro rapporto inevitabilmente condizionato da quel tragico evento.

  • [EXTRA] I trent’anni di Barton Fink – È successo a Hollywood

    L’origine di Barton Fink.

    !!! Leggete solo se avete visto il film !!!

    Durante la scrittura del film sui gangsterCrocevia della Morte,Joel e Ethan Coencominciano a rallentare il loro ritmo di lavoro. Sono in difficoltà soprattutto per i tantissimi personaggi presenti, quasi tutti fondamentali per lo sviluppo della trama, anche se di fatto si vedono poco. Decidono allora di prendersi una pausa da quel lavoro e di dedicarsi a qualcosa di più semplice e in qualche modo autobiografico: la storia di uno scrittore in crisi. Nasce così nel giro di tre settimane la sceneggiatura diBarton Fink. Il film sarà da loro realizzato subito dopoCrocevia della Mortee presentato in concorso al Festival di Cannes il 18 maggio 1991.

    1941.Barton Fink(John Turturro) è un drammaturgo di New York che, grazie al successo di uno spettacolo teatrale da lui scritto e incentrato sulla gente comune (“Cori in rovina” è il titolo), viene chiamato ad Hollywood. La casa di produzione di b-movies che lo ingaggia (la Capitol Pictures) gli chiede di scrivere un film sul wrestling. Niente di più semplice, una robetta che un altro eseguirebbe a occhi chiusi. Lui invece non riesce neanche a cominciare. Il blocco lo farà scivolare sempre più in una dimensione delirante.

    Qual è il motivo che non fa scrivereBarton Fink? Principalmente perché predica bene e razzola male perdendosi tra mille pippe mentali. Professa che bisogna saper ascoltare gli uomini comuni per poterne scrivere, anzi si sente, dice di sentirsi, uno di loro. Ma quando conosce un suo rappresentante, Charlie, il chiassoso ed invadente vicino di stanza (interpretato da John Goodman) delfatiscente hotel di Hollywood dove alloggia, fa esattamente il contrario. Dice di stare dalla parte dell’uomo della strada però in realtà non ha mai visto un film commerciale sul wrestling, confessa addirittura di andare poco al cinema. Insomma è un intellettuale parecchio snob convinto di essere chissà chi, chiuso nella sua bolla.Un personaggio parecchio contraddittorio. Con questo ingaggio il nostro creatore di storie idealista, ipocrita, con la puzza sotto al naso, sbatte il muso sulla realtà ed entra a tutti gli effetti in un nuovo mondo.

    Tutto questo non sarebbe possibile senza un altro personaggio del film: l’Earle Hotel dove Barton Fink alloggia.

    Lì si svolge metà della vicenda e avvengono gli accadimenti cruciali. Il posto sembra avere una vita propria ed una vera simbiosi con Charlie. E poi ha un nome, Earle (ear in inglese vuol dire orecchio), che la dice lunga sul protagonista e i suoi problemi nel non saper/voler ascoltare gli altri. Un luogo che pare deserto se non fosse per la presenza di Charlie, del portiere Chet (Steve Buscemi), del vecchietto dell’ascensore (Harry Bugin), delle scarpe lasciate fuori le porte dai clienti e dei loro rumori che le sottili pareti lasciano arrivare ovunque.Una struttura che perde pezzi e pare disabitata, polverosa, vuota come la testa del protagonista, dove il suono ha un’importanza fondamentale sin dal suo arrivo lì, con ilcampanello nella reception che pare non interrompere mai il suo rumore metallico e che anticipa a Barton il tema del film sul wrestling che dovrà scrivere.

    La stanza dell’hotel comunicaanchecon Barton.
    Gli ribadisce in diversi modi la presenza del vicino di stanza, ospita zanzare rendendo la sua permanenza lì ancora più difficile e trasformando l’impossibile in possibile, visto che Hollywood è costruita sulla sabbia. Gli toglie la concentrazione necessaria per scrivere in diversi modi. Ma gli parla principalmentecon quell’immagine appesa al muro della sua stanza di una ragazza su una spiaggia. Un vassoio di legno consumato, la personale finestra sul mondo di Barton, sopra la sua macchina da scrivere col foglio sempre bianco. Una immagine che evoca al nostro scrittore il rumore del mare.

    E poi ci sono, dicevamo, le relazioni tra il posto e Charlie.
    La carta da parati che si stacca dal muro come entra o esce dalla stanza di Barton. L’infezione al suo orecchio, di nuovo a richiamare il nome dell’albergo, le fiamme nel finale a rappresentarel’inferno nella sua testa. Perché a un certo punto salta fuori che Charlie si chiama in realtà Karl Mundt ed è un serial killer.
    L’albergo trasuda umidità, marciume. Sensazione ottenuta anche grazie alle scenografie diDennis Gassnere alla fotografia diRoger Deakins, qui alla prima collaborazione con i Coen.

    Barton Fink e il suo nuovo amico Charlie.

    Charlie possiede tutte le caratteristiche che Barton non ha ma (sotto sotto) vorrebbe avere. Appartiene alla classe sociale che si è prefissato di raccontare, e come se non bastasse conosce il wrestling e aiuta anche Barton insegnandogli qualche mossa. Di più: Charlie/Karl compie (o parrebbe compiere) tutte le azioni che Barton non fa per mancanza di coraggio. A cominciare dall’uccidere Audrey (Judy Davis) e W.P. Mayhew (John Mahoney): i due personaggi (chiave per la sua evoluzione) che incontra ad Hollywood. Il secondo è uno scrittore di una certa età (ispirato aWilliam Faulkner) che Barton adora, o meglio adorava finché non scopre che è un disilluso e cinico alcolizzato che spaccia per suoi i lavori in realtà scritti dalla sua maltrattata segretaria-amante Audrey. Glielo confessa lei quando va da lui, nell’albergo, per dargli una mano con la sua scadenza sul film sul wrlesting.Odia Mayhew anche perché vede in lui se stesso da vecchio.Mayhew tratta Barton come fa questi con Charlie: con aria di superiorità, interrompendolo non appena apre bocca.

    Così diversi eppure così uguali: Charlie/Karl il nazista, Barton l’ebreo comunista.

    E lì, vuoi l’hotel, vuoi la presenza del vicino o la rivelazione fatta da lei la notte prima, accade l’impossibile. Barton si sveglia il giorno dopo con Audrey ancora affianco a lui (hanno consumato mentre la mdp entrava nel tubo del lavandino) ma morta ammazzata. E se ne accorge grazie ad una zanzara. Lui urla terrorizzato, corre al volo da Charlie che, credendo ciecamente nell’innocenza dell’amico, si offre di sbarazzarsi del corpo. E dopo un po’ salta per l’appunto fuori che Charlie in realtà si chiama Karl ed è un assassino seriale che decapita le sue vittime.

    L’uccisione di Audrey in qualche modo sblocca il protagonista. Anche se il vero momento che lo fa partire è un altro, come vedremo tra un po’. Scrive entusiasta la sua sceneggiatura che viene però bruscamente rifiutata dal capoccia della Capital Pictures Jack Lipnick (Michael Lerner) principalmente perché non ci sono combattimenti, cioè quello che il pubblico vuole.

    Il che vuol dire che Barton non vuole o non sa cambiare, che è un pesce fuor d’acqua che con quel posto non c’entra nulla. Rimane quello di prima: un idealista incatenato ai suoi modi sbagliati (per Hollywood), incapace dunque di accettare la realtà, qualunque essa sia. Ma è sotto contratto per cui dovrà restare a disposizione della casa di produzione.

    Barton Fink resta quindi prigioniero di se stesso, della sua presunzione, del suo idealismo e delle sue convinzioni. Ma resta incatenato anche al nuovo mondo (di Hollywood) che manipola la realtà trasformandola in finzione e menzogna, ci precipita dentro senza neanche rendersene conto.

    Forse.

    Difficile dare una sola interpretazione ad un film così stratificato comeBarton Fink.

    Certo è che l’Earle Hotel dà una bella spinta all’infernale prigionia del drammaturgo.
    Sempre al suo arrivo il portiere Chet gli domanda se è un “pass” o un “res”, se è di passaggio o resta per più tempo. Il giovane scrittore non sa ancora che quelli come lui arrivano ad Hollywood per non andarsene più. E infatti una volta salito in camera una delle prime cose che vede è la impolverata carta intestata con la scritta “A Day or a lifetime”, un giorno o tutta la vita.

    La mecca del cinema fa questo con vocazione naturale: prende nuovi talenti, nomi in voga da qualche parte, li spreme e li plasma a seconda delle sue esigenze fino a ridurli in qualcos’altro, in prigionieri a vita sotto contratto.La menzogna è lì la normalità. Non si parla tanto della menzogna che c’è dietro il racconto cinematografico. Qui si parla più che altro della bugia come muro portante del palazzo Hollywood. Geisler (Tony Shalhoub) della Capitol Pictures che racconta balle al capo Lipnick per coprire i ritardi di Burton; Mayhew che si fa scrivere le cose da Audrey; i tanti scrittori, in attesa da qualche parte, in grado di scrivere con lo stile (o il tocco) di Barton Fink, come gli urla Lipnick quando commenta la sceneggiatura.Barton Fink, il commediografo che voleva raccontare la realtà, la vita vera, in particolare quella dei bassifondi, le piccole cose che accadono a piccoli uomini comuni,resta prigioniero di un infernale mondo alla rovescia in cui la manipolazione della verità sostituisce la vera realtà. E in quel finale enigmatico, di lui sulla spiaggia che incontra la ragazza del quadro, avviene il definitivo attraversamento di Barton nel nuovo mondo.
    Forse. Anche, ma non solo.

    Barton Fink è un film decisamente non convenzionale.

    Sembra andare in una direzione ma improvvisamente ne prende un’altra. Pone domande ma raramente dà risposte, e quelle poche sono incomplete o peggio avvolgono ancora più nel mistero il tutto, le accettiamo anche se non ci convincono del tutto. Per questi motivi è stato etichettato come kafkiano, lynchiano, polanskiano.

    Non a caso il festival di Cannes del 1991, con la giuria capitanata dal regista polacco diRepulsion, premierà il film con la palma d’oro, il premio per la regia e per l’interpretazione di John Turturro. Primo caso nella storia della rassegna francese che una sola pellicola prendesse tutti i premi principali.

    Ed è un film con una logica tutta sua che lo spettatore accetta senza batter ciglio, anche quando vira di colpo verso qualcos’altro.
    C’è un particolare che i terribili fratelli Coen riescono a far passare quasi inosservato ma che ha (o potrebbe avere) in realtà un’importanza fondamentale per capire veramente il film.Barton si sveglia con Audrey morta ammazzata affianco a lui nel letto, dice però a Charlie di non essersi accorto di nulla. Lì c’è forse la chiave per capire il film. Ma ai Coen piace prendere in giro e tormentare non solo il loro protagonista ma anche lo spettatore.

    Certo è che l’hotel tutto è tranne che un semplice hotel. Forse è addirittura una rappresentazione del cervello e dei pensieri del protagonista mentre lotta per uscire dal suo blocco creativo e che trovano una loro forma materica nell’albergo e in particolare nella sua stanza.

    Spieghiamo meglio.

    Il protagonista deve scrivere una sceneggiatura sul wrestling ma non riesce a partire. Ecco che dalla stanza affianco si presenta Charlie, un omone grosso che più in là gli insegnerà anche qualche mossa. In altre parole incontra, immagina, crea, il suo protagonista. Una manna dal cielo che però Barton non sfrutta, con la puzza sotto il naso che si ritrova neanche gli stringe la mano all’inizio.

    Essendo un parto della sua mente è la proiezione di una parte di sé. Un personaggio solo, come Barton, insoddisfatto, come Barton. Ma è anche, come dicevamo prima, il suo opposto (uno sovrappeso, l’altro magro), che fa quello che lui non ha il coraggio di fare: uccidere il sé da vecchio (Mayhew) e la sua donna ghost writer che partorisce idee. Diversi ma simili, con i tappi per le orecchie che Charlie usa per colpa di una infezione e Barton per isolarsi definitivamente e scrivere così la sua sceneggiatura. Gli altri ospiti dell’albergo, che non incontra mai ma ne percepisce la presenza, potrebbero rappresentare altre sue idee, altre storie, altre vite, che non trovano una forma, che restano nascoste.

    Quindi l’hotel è, sarebbe, il luogo che rende possibile a Barton di uccidere i suoi fantasmi, ma è anche il suo personale ingresso per l’inferno.

    Audrey però,attenzione, è l’unico personaggio che incontra sia al di fuori che dentro l’hotel. E questo, continuando con questa interpretazione, apre un bivio. La visita che fa a Barton nella sua stanza è una fantasia o è reale? La scoperta della sua uccisione ci viene mostrata in modo irrealistico, con il sangue ancora fresco che straripa da sotto il suo corpo sul letto. Il che non escluderebbe che sia una fantasia dello scrittore.Potrebbe essere una sua immaginazione anche quello che avviene fuori dall’Earle?Non appena Geisler suggerisce a Barton di parlare con qualche scrittore per uscire dal blocco, dialogo che avviene al New York Cafè, nostalgia di casa o gentilezza del produttore?, lui va in bagno dove per caso incontra per la prima volta Mayhew (ubriaco che vomita l’anima).

    E se così fosse, cosa contieneil pacco che Charlie gli lascia in custodiadopo aver fatto sparire il corpo di Audrey? Scatola dalla quale Barton non si separa più portandola fuori l’albergo.Banalmente la testa di Audrey o metaforicamente la creatività dello scrittore, la sua testa?Non è un caso che il blocco del drammaturgo termini non appena Charlie/Karl gli lascia il pacco. Se il contenuto fosse stato davvero la testa della donna la puzza della sua decomposizione avrebbe insospettito qualcuno visto che con il pacco se ne va dappertutto. Barton lo porta con sé anche quando va alla Capital per prendersi un bel cazziatone da Lipnick, il quale gli dice che la sceneggiatura fa schifo (anche se l’ha letta un altro per lui) e la sua testa presuntuosa e vuota appartiene a loro. E poco prima Charlie/Karl confessava all’amico che il pacco in realtà non è suo.

    La seconda ipotesi è decisamente più affascinante anche perchéBarton Finkparla di irrazionalità e di follia.

    Di due mondi, quello di Barton da una parte e quello reale dall’altra, che convivono in qualche modo pur essendo separati. Come una gigantesca dissolvenza incrociata che comincia con il suo arrivo ad Hollywood per non finire mai. L’hotel è il luogo in cui completa il suo isolamento nei confronti del mondo che non accetta.

    È un film su una situazione che è sul punto di esplodere. Ed è ambientato negli Stati Uniti del 1941, anno della sua entrata nel secondo conflitto mondiale. Chi esplode però sono il protagonista bloccato dalla sua crisi creativa e il suo vicino Charlie/Karl. Così distanti eppure così simili per molti altri versi.

    Barton Fink è il film dei Coen in cui i loro personaggi sopra le righe trovano una storia e una dimensione ideale.

    Qui tutto è lucidamente folle, irrazionale, cerebrale, concettuale, freddo, distaccato e odoroso di tragedia. Come il suo protagonista. E se pensiamo che l’idea della storia di uno scrittore in crisi viene dal “blocco” dei Coen perCrocevia della Morteviene da dedurre che il film sia – più degli altri – un autoritratto in cui, nel modo ironico che li contraddistinguono, confluiscono i loro pensieri su la vita, il cinema, l’universo e tutto quanto.

    Qualche curiosità su Barton Fink.

    Seconda veloce apparizione nella filmografia dei Coen, dopo quella inCrocevia della Morte, perSteve Buscemi. In seguito con i due fratelli avrà ruoli più importanti inFargoeIl Grande Lebowski.

    Harry Bugin, l’attore che interpreta l’anziano ascensorista dell’Earle Hotel, appare anche neIl Grande Lebowskinel ruolo dello scrittore Arthur Digby Sellers costretto nel polmone d’acciaio.

    È uno dei film preferiti daCharlie Kaufman, lo sceneggiatore diEssere John Malkovich,Se Mi Lasci Ti Cancello,Anomalisa.

    Il personaggio di Barton Fink è ispirato aClifford Odets, regista e sceneggiatore deIl Ribelle(1944). Odets fu definito daGary Cooper“poeta del reale”.

    Sui titoli di testa il logo della 20th Century Fox è silenzioso e non accompagnato dalla solita musica.

    Barton Finkè stato accostato aShiningper diversi motivi. Il tema dello scrittore in crisi; l’albergo che fa salire in superfice la follia; la neve (il freddo) da una parte e il caldo dall’altra; per i nomi dei due hotel che hanno a che fare con due distinti sensi: l’Earle (ear in inglese vuol dire orecchio, ribadiamo) di Barton Fink e l’Overlook (guardare) di Jack Torrence.

    Il personaggio interpretato daJohn Goodman,Karl Mundt, era il nome di un senatore degli Stati Uniti del South Dakota attivo dal 1948 al 1973. Mundt è stato vicepresidente HUAC (House Un-American Activities Committee). Il comitato distrusse i mezzi di sussistenza di sceneggiatori, attori, registi, produttori e chiunque altro fosse accusato di avere tendenze comuniste. E Barton vuole difendere e raccontare i poveri.

    John Turturroha preso lezioni di dattilografia per imparare ad usare la macchina da scrivere. Nelle pause di lavorazione ha scritto la prima stesura diRomance & Cigarettesutilizzando la macchina da scrivere Underwood del film.

    William Faulkner, il personaggio che ha ispirato WP Mayhew, appena arrivato ad Hollywood ha scritto Flesh (1932), un film di wrestling con protagonistaWallace Beery. Beery è anche il protagonista del film che Barton Fink deve scrivere.

    La fittizia Capital Pictures tornerà nel filmAve, Cesare!, sempre diretto dai fratelli Coen.

    Il 22 novembre 1991Barton Finkesce nelle sale italiane.

    Bibliografia:

    Vincenzo Buccheri, Joel e Ethan Coen, Il Castoro, Milano, 1999.
    Franco Marineo, Il Cinema dei Coen, Falsopiano, 1999.
    AA.VV, Joel e Ethan Coen, Garage, Scriptorium, n°9, febbraio 1997.
    AA.VV, Joel e Ethan Coen, Script/Leuto n°18, Dino Audino, 1991.(FUORI CATALOGO).
    Giacomo Manzoli, Joel e Ethan Coen, Marsilio, 2013.
    Alessandro Agostinelli, Un Mondo Perfetto – I Comandamenti dei fratelli Coen, Controluce (Nardò), 2013.
    Vittorio Renzi, La Forma del vuoto, Bulzoni, 2005.
    Claudio Rugiero, Barton Fink: dalla letteratura al cinema, Booksprint, 2017.

    Barton Finkoggi è un film di difficile reperibilità in Italia. Nessuna piattaforma streaming lo ha nel suo catalogo. Ancora più grave è il fatto che il DVD è fuori catalogo da anni (Filmauro) ed è venduto su Amazon a dei prezzi da rapina. I BD e DVD esteri non contengono la traccia in italiano né i sottotitoli nella nostra lingua. Sarebbe ora di una edizione italiana fisica come cristo comanda, con dei contenuti speciali che non si riducano al solo trailer.

  • [SPECIALE] Le bambole nel cinema fantastico/horror

    Periodo d’oro per bambole e affini nel cinema fantastico, e allora perché non dedicare una rapida carrellata ai film che le han promosse a muse ispiratrici?

    Tralascerò alcuneterrificanti ed efficaci bamboleche han solo una breve incursione all’interno dei film (ma voglio comunque citare: il bambolotto meccanico diProfondo Rosso, l’ormai famosaAnnabellediThe Conjuring, la scena delle bambole inChi Sei?, l’inizio deIn Compagnia dei Lupied il terrificante clown diPoltergeist) per dedicarmi a quei titoli (noti e meno noti) che le vedono protagoniste assolute.

    La paura delle bambole ha un nome scientifico: si chiama pediofobia, a sua volta una sottospecie del terrore che alcuni nutrono per automi, robot, statue di cera – tutto ciò che ha le fattezze di un essere vivente senza esserlo – la cosiddetta automatonofobia. Anche chi non è affetto da vera fobia, non può negare di esser stato turbato almeno una volta nella vita, dalla visione di una qualche bambola particolarmente inquietante.

    Perché le bambole ci fanno così paura?

    Freud ha ben descritto come i bambini nell’età dei primi giochi, non distinguano nettamente ciò che è vivo da ciò che non lo è, trattando bambole e feticci come esseri viventi; accettando il presupposto che il feticcio sia stato una fonte di terrore o un doppio idealizzato su cui proiettare qualità negative, allora bisogna considerare che i film possano provocare in alcuni spettatori il ritorno del rimosso che, a causa del confine tra realtà e finzione divenuto labile, si ripresenta come un demone da eliminare.
    Questo è un tema che approfondisco nel mio blog IL CINEMA PER ANTONOMASIA nell’articoloL’orrore come la rappresentazione scenica e adulta delle paure dell’infanzia(link).

    Come ha dettoJohn Leonetti, regista del poco riuscitoAnnabelle“le bambole sono figure umane ma mancano di emozioni. In pratica sono gusci vuoti.” Insomma sono uno spazio che può essere riempito e quindi perché non da malvagità o demoni?

    Vediamone alcune, fra le più riuscite.

    The PitdiLew Leham (1981).

    Un film che divide il pubblico fra lovers and haters, ma considerato unanimenmente un cult. La bambola è qui un orsacchiotto che spinge un adolescente in piena pubertà a sbarazzarsi delle persone che gli sono scomode dandole in pasto a dei mostri carnivori che vivono in fondo ad un pozzo.

    Il Mostro e le vergini(Devil Doll) diLindsay Shonteff (1964).

    Ha tutti gli elementi che influenzeranno film successivi comeLa Bambola Assassina,Dead Silence,Puppet MastereMagic. È la storia del ventriloquo Vorelli e del suo fantoccioHugo, che si scopre ben presto essere un’anima intrappolata dal Vorelli nel corpo della bambola. Film pionieristico, non perfettamente riuscito, ma fondamentale nel filone per la massiccia presenza di elementi archetipici.

    MagicdiRichard Attenborough (1978).

    Un giovaneAnthony Hopkinspresta qui le fattezze, il talento e la voce al personaggio principale del film (un ventriloquo) succube del suo pupazzo di nomeFats. Film autoriale, un po’ lento, estremamente drammatico… una discesa negli inferi di una triste, mente malata.

    Puppet MasterdiDavid Schmoeller.

    Film del 1989 che ha dato vita a una saga di ben 12 film di cui l’ultimoPuppet Master: The Littlest Reichuscito proprio questo anno. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, anche qui abbiamo la trama di un burattinaio e delle sue preziose creature, nelle quali si nasconde il segreto della vita eterna.

    The BoydiWilliam Brent Bell.

    Una trama abbastanza originale per un film molto discusso (e discutibile) che si perde purtroppo nel finale. Davvero inquietante nella sua staticità il bambolotto Brahms, che prende vita grazie alla sapiente regia. Sebbene la bambola sia solo una sorta di “proiezione” passiva del vero malvagio del film, risulta comunque una figura efficace che merita il suo posto nella lista.

    Chi c’è in fondo a quella scala…(Pin) diSandor Stern (1988).

    In assoluto uno dei miei preferiti; questo semisconosciuto horror canadese è davvero una piccola perla introvabile, che vanta atmosfere dense ed idee davvero originali: Il dr. Linden ha un manichino nel suo ufficio che ha nominato Pin e lo usa per insegnare – attraverso il ventriloquismo – ai suoi 2 figli le funzioni anatomiche. Ciò che non sa è che Leon (il figlio maschio) è mentalmente instabile e crede che PIN sia davvero un essere vivente.

    DollsdiStuart Gordon (1987).

    Altra perla, fra i miei film sull’argomento favoriti anche per gli effetti speciali che, diciamocelo fieramente, vantano per una buona parte elementi di crew italiana! Prodotto daBrian Yuznain uno dei periodi migliori per l’horror mondiale, fu girato a Roma, ed ebbe uno straordinario successo che però fu ben presto offuscato dall’uscita diLa Bambola Assassina. La trama vede un gruppo di sventurati con l’auto in panne, chiedere ospitalità in una vecchia e desolata casa abitata da due strani personaggi e tante bambole. Scopriranno ben presto che le bambole sono vive e han potere di trasformare in bambole coloro che vengono uccisi. C’è una morale però: queste bambole uccidono solamente le persone che hanno una visione del mondo materialista e che privano gli altri della loro fantasia.

    La bambola assassina(Child’s play) diTom Holland (1988).

    Il suo successo ha generato ben 6 sequel non tutti eccelsi. Ha come personaggio principale una bambola di nome Chucky, all’interno della quale un serial-killer ha trasferito la sua anima in punto di morte grazie a un sortilegio vodoo; il suo unico scopo è ora quello di rientrare in un corpo umano in breve tempo, altrimenti rimarrà intrappolato per sempre nel pupazzo. Se il primo film vantava elementi anche psicologici, i film horror successivi abbondano di elementi “slasher” e grotteschi che spesso cadono nel ridicolo involontario.

    La bambola che uccide(Dolly dearest) diMaria Lease (1991).

    Si può considerare la versione “femminile” di Chucky, e racconta la storia di una fabbrica di bambole in Messico costruita su un terreno che nasconde la tomba Maya del demone Sanzia. Ben presto i demoni occuperanno le bambole per tormentare la figlia del protagonista, sconfinando nel filone delle possessioni. Trash, baraccone e a tratti inquietante!

    Trilogia del terrore(Trilogy of terror) diDan Curtis.

    È un film horror in 3 episodi, dedicati ognuno a 3 diverse donne (di cui i segmenti portano il nome) interpretate tutte magistralmente da Karen Black… a noi interessa solo l’ultima parte, quella intitolataAMELIA… e che ha tolto il sonno a intere generazioni grazie alla presenza dell’ineguagliabile bambola feticcioZuni. Essendo un prodotto nato per la TV, il film presenta tutti i limiti del caso: niente eccessi, niente sangue e svolgimento politicamente corretto. I primi due segmenti diTrilogia del terroreson abbastanza dimenticabili, mentre ciò che rende l’opera un cult è il riuscitissimo segmento finale in cui Curtis si sfoga e dà vita (in tutti i sensi) ad un fantoccio grottesco tanto quanto cattivo ed inquietante. Solo pensare al finale, ho i brividi addosso.

    E a voi, quali bambole han fatto paura?

  • [RECENSIONE] Begotten (E. Elias Merhige)

    Begottenè un film del 1991 ed è opera prima diE. Elias Merhige(qui accreditato come Edmund E. Merhige), che sarà poi molto conosciuto grazie a titoli comeL’Ombra del VampiroeSuspect Zero, ma soprattutto grazie al grande favore pubblicitario fattogli daMarilyn Mansoncon i suoi videoclip. “Begotten” è il participio passato del verbo inglese beget (quindi significa “generato”).

    Definito dalla critica – certa critica -“ostico, respingente; che si potrebbe definire anti-cinematografico”. Spesso etichettato come sperimentale, snob ed elitario ma che è in realtà “oggetto estremamente peculiare che riscrive i linguaggi filmici” (eh, si… meno male che a noi poveri spettatori, la realtà ed i film ce li spiegano i critici!).

    So di andare controcorrente… ci son cose che in Italia non andrebbero toccate, come il calcio o Mina.

    Ci son cose che per le fazioni “fan-club” dell’horror (italiani e non)… anche… come questo film. Ma di snob, purtroppo, c’è solo l’atteggiamento di alcuni che osannano questo film sperimentale come un capolavoro, proprio perchè non ha un senso… e loro si autoesaltano ed autoproclamano geni, credendo di avercene trovato dentro più di uno.

    È popolare il detto che i critici non son altro che “artisti falliti”, capaci di criticare, stando seduti, chi vola. O di innalzare chi proprio non riesce a volare. In un’opera come questa (voglio essere cattiva o sarcastica) un fallito forse può vedere la speranza di farcela anche lui… e per questo la difende.

    So di andare controcorrente, dicevo… ma non lo faccio per snobismo o ignoranza… è che davvero, semplicemente, questo film se non brutto è noioso, pretenzioso, a tratti anche una furbata pensata per “farlo strano”.

    Come avrete capito, il film preso in esame è alla fine solo un pretesto per analizzare il rapporto fra un certo modo SBAGLIATO di fare critica, e le opere “ermetiche”… o quelle che sono semplicemente brutte.

    Roberto Campari, professore di Storia e critica del cinema dell’Università di Parma sostiene che: “Sebbene tutti si sentano in grado di giudicare un film, come una partita di calcio, esistono dei criteri oggettivi”. Il punto, secondo il docente, è cercare di superare le attinenze col proprio modo di pensare, la personale visione della pellicola, tentando di calarsi all’interno dell’opera.

    Grazie ai titoli di testa e (soprattutto di coda) comprendiamo l’esile trama/pretesto con cui ci viene sciorinato un’ora e mezzo di niente (e se fosse durato 10 minuti forse avrebbe funzionato, ma dico… forse): il personaggio che si suicida all’inizio è Dio, e dalla sua morte viene generata Madre Natura che, masturbando il cadavere, genera il Figlio della terra.

    Successivamente Madre e Figlio si recheranno nel mondo degli uomini, dove l’entità “generata” sarà crudelmente martoriata dagli stessi (di cui, tra l’altro, non vediamo nessuno in volto, quasi a volerli rappresentare tutti) assieme alla madre. Nel finale, dalla morte dei due protagonisti si generano nuove piante e fiori.

    Quanta originale poesia… e dire che chi difende questo film, trova poi noiose le opere di Pasolini! C’è chi scomoda perfino paragoni con Eraserhead(1977, David Lynch) definendo questa un’opera “sicuramente non alla portata di tutti” farcita di violenza esagerata ed esasperata. È evidente che chi scrive non ha mai visto un qualsiasi film estremo con dentro un po’ di poesia… e non son pochi.

    Immagini spesso poco chiare e molto confuse, rimandano ai film muti, passione indubbia di Merhige come ci dimostra neL’ombra del vampiro, a cui è rimasto sempre troppo debitore. Pare ci siano voluti ben 8 mesi per conferire al tutto l’effetto pellicola. Era così necessario? Perché mi chiedo, per sperimentare qualcosa che sia nuovo, lo si fa mascherandolo di antico? Per dare un tocco di retrò intellettuale a qualcosa che in fondo non lo è? Per rendere così meno definite e più profonde immagini che altrimenti rischierebbero di essere solo “povere”? 8 mesi per dare un effetto pellicola ad un film che sembra girato in 3 giorni; e perché non girarlo direttamente in pellicola allora? Dozzinali effetti, dozzinali costumi e maschere… ma ovvio, È TUTTO VOLUTO e chi non lo apprezza è IGNORANTE di ARTE.

    Pensate che l’attore ha perfino vinto da qualche parte un premio come miglior interprete… e dire che Richard Burton o Johnny Deep non han mai vinto nemmeno un Oscar. Strano il mondo dell’arte è? No caro pubblico, torna padrone dei tuoi giudizi… È arte ciò che ti emoziona e se questo film lo riesce a fare… buon per te. Se non lo fa, non sentirti ignorante, probabilmente sei a posto.

    Basta leggere i commenti nei blog, nei DVD forum, sotto i link di youtube o sotto le entusiaste recensioni… valanghe di pollici versi. Per carità il popolo del web è incazzato col mondo e si sa… ma quando c’è sempre un abisso fra le recensioni ed il parere popolare io le domande me le pongo.

    Su IMDB ad esempio il film raggiunge la sufficienza con la media dei voti di oltre 7000 utenti. La “rete” ha creato una situazione in cui, senza aggiungere valore o aggiungendone relativamente poco alla crescita di un discorso critico, crea una forte incidenza sui comportamenti del consumatore. Il ruolo della critica oggi è ancora forte ma diventa difficile essere sicuri di quello che si legge. La rete è il luogo dell’incertezza perpetua.

    Ma perché l’artista dovrebbe essere disturbato dallo stridulo clamore della critica? Perché coloro che non possono creare dovrebbero arrogarsi la valutazione dell’opera creativa? Che possono saperne? Se l’opera di un uomo è facile da capire, la spiegazione è superflua… E se è incomprensibile, spiegarla è una cattiveria. Non siamo davanti adEraserhead, tantomeno aCarnival of Souls.

    Se non amassi così tantoLa corazzata Potëmkin(che, divertente parodia di Fantozzi a parte, inviterei a vedere perché tutto è tranne che noioso) potrei dire che questa C…A PAZZESCA è la POTEMKIN dell’horror!

    Non sto dicendo cheBegottenè totalmente brutto, forse proprio gli 8 mesi di post produzione lo han reso “una interessante visione”… ho apprezzato anzi la scelta dei suoni della natura come compendio al visivo. Ma oggettivamente questo è un film sufficiente, che se non fosse grazie a Manson sarebbe rimasto dimenticato sul Tubo dopo la prima visione. Sicuramente è lontano dalla parola “capolavoro” di cui si abusa troppo facilmente oggi.

    La cosa più interessante – in conclusione – dopo che sarete arrivati (forse) fino a questo punto della lettura, dandomi (probabilmente) della “mentecatta” e incompentente, è osservare che Merhige stesso si prende molto meno sul serio di quanto facciano i suoi esalati sostenitori:

    “Provo a capire quali siano i miei limiti. Ad esempio, quando guardo a qualcosa come Begotten – che è un lavoro completamente ossessivo e trascendente – io sono capace di guardarlo e di esaminare me stesso… e di me stesso ridere un po’”.

    “È bello perchè ricorda LYNCH ANZI LO SUPERA! È bello perchè rimanda ai film espressionisti! È bello perchè ricorda la versione lunga del filmino di THE RING! È bello perchè elabora i simbolismi azzardati da Jorg Buttgereit in Der Todesking! È bello perchè rimanda a TETSUO di Tsukamoto! E’ bello perchè è debitore all’URLO di Munch”(no, non sto giocando… son purtroppo estratti di vere recensioni).

    Approfondire quello che vediamo fa paura, perché argomentare un’opera o una mostra significa ridimensionarla, mettendo in discussione il dispositivo retorico che giustifica e legittima gli stessi addetti ai lavori. Ed ecco che il problema-pubblico si collega al problema-critica: molto meglio non pensare, non argomentare, e giustificare una vendita o una mostra mostrando il “curriculum” degli individui coinvolti (dopo ha fatto questo e quello, durante ricorda questo e quell’altro). …e siccome tutti citano tutto… allora per il gran finale rafforzo la mia “recensione/tesi” con una citazione daWilliam Hazlitt:

    “Mentre nel pensiero scientifico nessuno citerebbe più Tolomeo o Aristotele per spiegare il mondo, nel campo umanistico il pensiero è sempre orizzontale e compresente, non esistono superamenti. Mai sentirete dire che Dante è stato superato, anzi il contrario. Il letterato, per definizione, cita, e ogni citazione ha lo stesso valore conoscitivo di qualsiasi altra. Da Platone a Kant, da Ariosto a Manzoni, la cultura letteraria e filosofica è una fabbrica di citazioni senza tempo, immobili, pietrificate. Non sanno niente delle particelle elementari di Copenaghen, se gli dici atomo ti citano Democrito e stanno bene così. Anzi se ne vantano. In altre parole un cimitero popolato di mummie parlanti. Il critico, in fondo, è uno «che prende la saggezza in prestito agli altri».”.

    Caro spettatore “ignorante”, ascolta la saggezza che è dentro di te.