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  • [RECENSIONE] Alpha (Julia Ducournau)

    AlphadiJulia Ducournauè il racconto della incasinata vita di una tredicenne francese che vive da sola con la madre.

    La storia di una crescita in un mondo dove gira un virus, che si trasmette attraverso il sangue e ammazza trasformando in statue le persone infette, che la protagonista Alpha (Mélissa Boros) forse ha contratto (facendosi un tatuaggio mentre era incosciente durante una festa, dannata gioventù).

    È la narrazione della ribellione e delle paure di una appena adolescente con le sue prime esplosioni ormonali, il suo corpo che cambia. Ed è un film sulla famiglia, sui legami di sangue, su un passato che torna per dire la sua, che sia la nonna berbera (Zohra Benbetka) con le sue credenze-superstizioni popolari o lo zio tossicodipendente Amin (Tahar Rahim) che non ricordava di avere (nonostante la dura e tenera sequenza d’apertura che li vede insieme) e che improvvisamente spunta fuori.

    Alphaper certe cose pare quasi lo speculare diTitane.

    Se nel film Palma d’oro c’è una trasformazione fisica che è in fin dei conti un inno alla vita (di una nuova carne), inAlphal’umanità diJulia Ducournausi sgretola senza scampo persa in una realtà che sovrappone e alterna passato e presente, sogni, speranze, memorie, fantasie, paure.

    Alphaè distribuito nelle sale daI Wonder Pictures.

  • [RECENSIONE] Last Breath (Alex Parkinson)

    La fortuna. Ognuno di noi ne ha una certa quantità, chi più chi meno.Chris Lemonsprobabilmente la sua razione se l’è consumata tutta quella volta che è rimasto senza ossigeno per mezz’ora cento metri sott’acqua.

    Una storia incredibile che il registaAlex Parkinsongià aveva raccontato nel 2019 in un documentario omonimo diretto conRichard da Costa. Ma evidentemente non gli era bastato, non era soddisfatto,voleva maggiore enfasi, raccontarla con i codici del cinema commerciale.

    Se al fortunatissimoLemonsfosse andata diversamente la sua storia non sarebbe diventata anche un film di finzione di questo tipo.

    Chris Lemons (interpretato da Finn Cole) lavora per la statunitense Bibby Hoffshore: si immerge nelle acque profonde dei mari per riparare cavi e strutture che trasportano idrocarburi. Con il Mare del Nord bello agitato, ma niente di preoccupante per chi fa quel lavoro, accade però l’imprevisto: le strumentazioni si spengono, il suo cavo ombelicale (che gli permette di respirare, di non morire di freddo e di raggiungere la campana) si spezza, la nave che tutto dovrebbe controllare sopra di lui si allontana.

    Spacciato. Quando si riparano i guasti e i suoi colleghi più vicini (Woody Harrelson, Simu Liu) lo recuperano è passata più di mezz’ora: tempo in cui è rimasto senza ossigeno. Eppure poco dopo Lemons riprende i sensi e, cosa ancora più incredibile, non riporta danni cerebrali.

    Last Breathcomincia e si sviluppa piuttosto bene. Latensionesale, con gli spazi chiusi iniziali nella campana, il mare agitato che sballotta la nave, la campana, e i due sub immersi nel buio, i rumori sott’acqua attuttiti e allo stesso tempo distorti e amplificati. Tutto efficace, con il montaggio diTania Godingche alterna momenti ricostruiti a veri estratti dalle telecamere in dotazione ai sommozzatori, fino al recupero del corpo di Lemons.

    Poi, dopo la disperazione iniziale di Allock/Harrelson che ricopriva in qualche modo il ruolo della figura paterna per Lemons, quando l’uomo inaspettatamente riprende i sensi, ecco esplodere la gioia di tutti: per l’efficace lavoro di squadra, l’inaspettato epilogo, la vita che fa lo sgambetto alla morte,di una multinazionale che evita così di avere una (altra) morte sulla coscienzae un processo da affrontare sia giudiziario che mediatico.

    Ed è in quei momenti finali, nel racconto che Allock piangente fa a Yuasa/Liu davanti al corpo immobile di Lemons, e poi nei festeggiamenti quando a dispetto di tutto il ragazzo riprende conoscenza, che il filmabbraccia la retorica, scade nella narrazione dei cliché e degli stereotipi edenfatizzatutto a partire dai buoni sentimenti.

    Un buon biglietto da visita per il regista per entrare definitivamente nel cinema mainstream.

    Last BreathdiAlex Parkinsonè distribuito nelle sale dal4 settembredaVértice 360 Italia.

  • [RECENSIONE] Bring Her Back (Danny e Michael Philippou)

    ConBring Her Back – Torna da Me, i fratelliMichael e Danny PhilippoudiTalk To Mesono di nuovo a miscelare spaventi e lutti (dramma) ma i risultati sono questa volta deludenti.

    Per prima cosa è la storia ad essere prevedibile inBring Her Back.

    Si capisce da subito cosa accadrà, quali saranno gli sviluppi e come si concluderà la storia.

    Il film racconta di due fratellastri attaccatissimi e da poco orfani, il quasi maggiorenne Andy (Billy Barratt) e la ipovedente Piper (Sora Wong, realmente affetta dalla malattia), che vengono affidati ad una eccentrica psicologa di mezza età (Sally Hawkins).

    La donna, Laura, ha perso anni addietro sua figlia, e vive già con un altro ragazzino affidatole, Oliver (Jonah Wren Phillips), che ha subìto un trauma e non spiccica una parola.

    Ovvio, parliamo di un horror, che le stravaganze della signora si riveleranno sempre più spaventose, parte di un suo piano per colmare un vuoto che la tormenta da anni.

    Ma è soprattutto il dramma (anzi la tragedia) che da dietro muove tutto a lasciar facilmente immaginare quale sarà l’enevitabile conclusione.

    C’è anche da dire però che non tutto è da buttare inBring Her Back.

    Funzionano i rituali di Laura, solamente accennati e avvolti sempre nel mistero, le sue veloci visioni di consumate VHS. Così come è riuscito il personaggio di Oliver tra sguardi folli, atti autolesionisti, urla disperate e accenni body horror. Una giovane e innocente cavia per arrivare alla perfezione. Neanche il personaggio di Laura, un po’ stregona e un po’ Ed Gein, funziona fino in fondo. Non basta farla interpretare da una bravissima attrice, Sally Hawkins, fino ad allora celebre per certi ruoli solari, vivaci e indipendenti (La Felicità porta fortuna, Blue Jasmine, La Forma dell’acqua).

    È sufficiente tanto poco? Assolutamente no. Perché al di là della confezione impeccabile, mancano alcuni aspetti caratteristici dell’horror primo fra tutti l’effetto sorpresa. Non il jump scare (che per fortuna, altra cosa positiva del film, non c’è) ma il colpo di scena che tutto ribalta e rimette in discussione.

    Insomma, conBring Her Back – Torna Da Mei Philippou realizzano una furbata non da poco che delude per non aver osato veri stravolgimenti. C’è forma ma non c’è sostanza.

  • [RECENSIONE] Antropophagus – Le Origini (Dario Germani)

    Il destino. L’inevitabilità di certi eventi.

    Nel cinema horror hanno avuto parecchie declinazioni: dagli scienziati pazzi alla Frankenstein convinti che il loro scopo sia quello di imitare dio, alle “final girl” degli anni ’70 e ’80 che a dispetto di tutto e tutti sopravvivono al mostro, a volte lo uccidono persino.

    Questi temi sono centrali nel film horrorAntropophagus – Le Originidiretto daDario Germani. E il modo di trattarli, di ragionarci, ricorda quello di un altro lungometraggio del terrore del regista che èLettera H*.

    In entrambi i filmla famiglia e il corredo geneticoche si tramanda sono elementi scatenanti dell’irreparabile.

    Se lì c’era di mezzo il Mostro di Firenze e i suoi compagni di merende, qui rientriamo dentro la storia di uno dei cult horror italiani più noti, violenti e amati di sempre:AntropophagusdiJoe D’Amatodel 1980.

    Antropophagus – Le Originici fa conoscere il punto di partenza e dove quel cannibalismo è arrivato adesso.

    Una origine che nasce in un contesto disperato, ma da lì a restarne affascinati si fa presto, e arriva ai giorni d’oggi adattandosi bene alla vita metropolitana. Anzi verrebbe da dire che i tempi moderni in qualche modo facilitino lo sfogo del vizietto cannibale.

    Protagonisti due cugini, Hanna e Ugo, Valentina Corti e Salvatore Li Causi, lei incinta e in fuga dall’Italia, lui solitario, sterile e in pianta stabile a Budapest.

    Sono i figli dei fratelli Bruno e Klaus Wortmann i quali dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella capitale ungherese, formarono una comunità che si arrangiava a sopravvivere fino ad abbattere le leggi morali.

    Klaus era quello con le remore mentre Bruno quello senza scrupoli che intorta gli altri con deliri esistenziali e politici. Chi ha visto il film di D’Amato sa bene cosa farà dopo Klaus Wortmann in Grecia, ma il film diDario Germanice lo ricorda comunque per sottilineare in fin dei conti che c’è chi lascia la bestia interiore dormiente, negandola, e chi invece la lascia libera.

    Antropophagus – Le Originiè distribuito nelle sale dal 28 luglio daFlat Parioli.

    *:Lettera Hha vinto il premio comemiglior film all’Abruzzo Horror Festival del 2019.

  • [RECENSIONE] Milarepa (Louis Nero)

    In un futuro postapocalittico la giovane Mila (Isabelle Allen) si ritrova al centro di una faida che la coinvolge direttamente.

    Deve (è la madre vedova che glielo ordina) travestirsi da ragazzo e imparare le arti magiche (perché alle donne non è permesso) per poter controllare la natura e ottenere così vendetta. Ma una volta ottenuta si sviluppa in lei un senso di colpa che può placare solamente con un percorso magico al contrario fatto di meditazione, redenzione ed espiazione, ma anche di rabbia e frustrazione.

    Da un lato è apprezzabile la volonta del regista e sceneggiatoreLouis Nerodi voler utilizzare inMilarepaun contesto fantascientifico efantasyper veicolare messaggi spirituali e pacifisti.

    Purtroppo però il risultato è un film che va oltre la sospensione dell’incredulità. Non si tratta quindi di domandarsi come faccia Mila a muovere gli oggetti con il pensiero. Quello che stona e che non torna sono altre logiche a cominciare dal travestimento della protagonista in ragazzo che inganna tutti tranne il compagno apprendista mago Zimoty (Michael Ronda).

    Peccato perché le intenzioni di fare qualcosa di diverso e fuori dalle regole commerciali ci sono ma il risultato è davvero discontinuo, e vedere poi stelle internazionali come Harvey Keitel (Pulp Fiction), F. Murray Abraham (Amadeus) o Angela Molina (Quell’oscuro oggetto del desiderio) utilizzate così un po’ dispiace.

    MilarepadiLouis Neroè distribuito nelle sale daL’Altro FilmePFA Films.

  • [RECENSIONE] Mickey 17 (Bong Joon Ho)

    Che nel fantascientificoMickey 17diBong Joon Hotutto finirà nel migliore dei modi, con il bene che trionferà sul male, lo si capisce da subito, dalla ironica voce off narrante del protagonista Robert Pattinson.

    Lui è un volontario “sacrificabile”, può cioè morire e rinascere grazie alla tecnologia medica. È lui che crepando e rinascendo (mantenendo ogni volta la sua vecchia memoria, il che gli fa invece modificare la sua personalità) apre la strada per lacolonizzazionedi un nuovo pianeta finanziata da un ex politico (Mark Ruffalo, sua moglie è interpretata da Toni Collette) stupido come un sasso, bugiardo e narcisista.

    Sul pianeta freddissimo abitano dei vermoni inoffensivi che però il magnate, anche guarrafondaio, è deciso a sterminare.

    L’eroe Mickey 17, diventato sacrificabile in quanto povero in canna, salverà l’umanità che merita di vivere, si scontrerà con la suaombra, il suo doppio, che diventeràalleatonella lotta contro il male del capitalismo colonizzatore facendo trionfare gli ultimi, lagiustizia proletaria.

    Un eroe che si impegna alla causa. Esitante o coraggioso si sacrifica per essa ma fa comunque ritorno dal viaggio per far sì che tutto finisca il meglio possibile.

    Lotta di classe che è uno dei temi ricorrenti nel cinema diBong Joon Ho. Ma se nel premiatissimoParasitediventa una guerra tra poveri qui inMickey 17c’è la soluzione finale che non prevede battaglie.

    In questo tritume di cose già viste e riviste, che nella realtà dei paesi capitalisti che hanno finanziato il film non accadranno mai,Mickey 17diBong Joon Hodà forse il peggio di sé quando tenta, senza averne il coraggio, di farsi pruriginoso: nell’accenno al triangolo sentimentale che si instaura tra i due Mickey e Nasha (Naomi Ackie), che poi allude anche ad un quadrato quando interviene il personaggio di Kai Katz (Anamaria Vartolomei protagonista deLa scelta di Anne – L’événement).

    Mickey 17è un film di puro e semplice intrattenimento per tutta la famiglia che racconta una umanità ancora una volta alla deriva ma meritevole di essere salvata. Non ci sono svolte, false strade che mettono mai in dubbio lo spirito positivo e leggero del film. La cupezza e il cinismo sono banditi, la satira vira su un grottesco che non sempre morde. Ed è un peccato perché gli argomenti avrebbero meritato uno approccio diverso, sfaccettato.

    Toccherebbe leggere il romanzo diEdward Ashton(pubblicato da Fanucci) da cui tutto parte.