Un ragazzo dalle tendenze suicide, sua sorella costretta a stargli dietro notte e giorno, e una vagina muraria che sforna cloni nell’appartamento per primo.
Dead Dicks(2019) è un ragionamento, scritto e diretto dai coniugi canadesiChris BavotaeLee Paula Springer, sulle possibilità che abbiamo nella vita di riprovarci, sulla forza necessaria che occorre per staccarci da certi vincoli, di voltare pagina, di lasciarsi alle spalle certi problemi. La strada intrapresa è quella della commedia e dell’asciugatura generale, di location e personaggi. Una commedia dai confini drammatici che sconfina nello splatter e in qualche modo nel cinema del connazionaleDavid Cronenberg.
Come primo lungometraggio non c’è male. Il solo Bavota aveva in precedenza (nel 2017) scritto e diretto il corto horrorEven the Darkness Has Arms.
Finalmente un altro horror americano cupo, disperato, deprimente, spaventoso e che va oltre le facili regole mainstream.The Dark and the wickeddietro alla sua storia puramente horror parla anche d’altro: un dramma famigliare di abbandono, anaffettività e solitudine.
Si racconta di due fratelli che tornano nella casa rurale in Texas dei genitori quando al padre resta poco da vivere. Ad accudirlo c’è la loro madre, donna psicologicamente distrutta dai comportamenti e i discorsi senza senso. Privi di logica se consideriamo anche il fatto che la mamma è sempre stata atea. E invece adesso canta filastrocche su Gesù e farfuglia insistentemente sul diavolo, di qualcosa che aspetta nell’oscurità per rubare l’anima del marito.
The Dark and the wicked, cheBryan Bertino(The Strangers, The Monster) ha scritto e diretto, si muove all’interno del genere fregandosene beatamente delle convenzioni. Qui tutto scivola sempre più in una spaventosa allucinazione, in una macchinazione diabolica che fa accadere le cose più impensabili e imprevedibili. E spaventa senza ricorrere ogni cinque minuti ai soliti -telefonatissimi e maledetti- jumpscare. L’inquietudine qui è costruita proprio grazie agli avvenimenti, spaventosi ma anche assurdi, che si susseguono e che non troveranno una spiegazione, e a quel contesto famigliare fatto di freddezze emotive, sensi di colpa e difficoltà ad eleborare le tragedie.
TDATWtermina infatti senza che si scopra nulla su come mamma (Julie Oliver-Touchstone), papà (Michael Zagst) e figli (Marin Ireland, Michael Abbott Jr.) siano finiti in quel cul-de-sac, su come abbia avuto origine la loro maledizione. E restano senza sbocchi e sblocchi anche i freddi rapporti tra di loro, ritratto di una certa America campagnola, tagliata fuori, isolata come i suoi protagonisti.
The Dark and the wickedè passato al 38°Torino Film Festivalnella sezioneLe Stanze di Rol.
L’uomo deve sempre trovare una giustificazione per le sue cazzate, i suoi limiti, le sue cattiverie. E la religione è l’alibi perfetto per tutto ciò e molto altro. È il posto ideale dei vigliacchi dove potersi rifugiare.
A volte il raggiro religioso ci viene somministrato per tutta l’esistenza senza che neanche ce ne accorgiamo. Altre volte per i casi della vita ci sbattiamo il muso violentemente, o peggio ci viene chiesto di far parte di questo grande inganno. Il padre (Roberto Romano) protagonista diDio Non Ti Odia, secondo lungometraggio diFabrizio La MonicadopoVork and the Beast, apre gli occhi, non ci sta, si ribella e combatte. Lotta contro se stesso, la sua coscienza, i suoi sensi di colpa, si batte in opposizione alle norme umane dietro la giustificazione divina, alle leggi per piacere ad un dio che non c’è, forse non c’è mai stato, o forse è morto. Affronta una religione che fa rima con superstizione, ostacolato da chi ciecamente obbedisce, mosso da una paura che non ha età.
Fronteggia il lato peggiore dell’uomo, immerso in una natura che se ne sta a guardare indifferente, e dà il via ad una reazione a catena dagli effetti imprevedibili, ricca di colpi di scena spiazzanti.
La nota dolente diDio Non Ti Odiaè la recitazione degli attori, troppo caricata soprattutto nelle parti parlate. Va meglio quando si lavora di sottrazione e ad esprimersi sono solamente gli sguardi e il corpo.
Quello che più convince è l’ambiguità sotterranea, la non univocità delle interpretazioni che il film solleva e suscita. Un aspetto che era già emerso nel suo cortometraggioAbyssuspresente nel collettivoAfter Midnight 2 – The Evil Building.
Adesso aspettiamoIl Buio Del Giorno, il nuovo film del regista bagherese arricchito dagli effetti speciali di sua maestàSergio Stivaletti.
Death of the Ten Commandmentsè il corale diretto da dieci registi sul tema dei comandamenti biblici. Dopo averne parlato per mesi eccoci qui con la recensione.
Cortometraggi in cui ossessioni, plagi, prigioni di varia natura, architettoniche ma soprattutto mentali, sono un po’ i fili conduttori che qua e là tengono insieme il tutto.
Non avrai altro dio all’infuori di me. Dario Almerighi.
Un musicista pazzo (Andrea Al Bettini) cerca il suono perfetto per il suo disco. È la versione perversa diBlow Outdi Brian De Palma.
Non nominare il nome di dio invano. Nicola Pegg.
Un uomo (Lorenzo Turco) è tormentato da incubi e sensi di colpa impersonificati da un antropofago David White. Nel delirio in cui precipita c’è però di mezzo un qualche rito esoterico (e lo zampino di Tsukamoto). Buone le ambientazioni nel rappresentare il degrado interiore del personaggio.
Ricordati di santificare le feste. Matteo Scarfò.
Due rapinatori, uno del nord, l’altro del sud Italia, (Indri Qyteza Shiroka, Andrea Lupia) si introducono in una casa approfittando che gli anziani abitanti sono assenti per la messa domenicale. Si gioca sul niente è come sembra, sulle ipocrisie e falsità di certe istituzioni. Il tutto raccontato con un’atmosfera da commedia che scivola sempre più nei territori del grottesco. Nel cinema dello sceneggiatoreMattia De Pascalitornano i bambini terribili (tema che aveva già trattato nel suoMcBetter).
Una ragazza (Camilla Carli) vive con il padre (Paolo Rozzi) che non fa altro che passare tutto il giorno davanti la tv bevendo birra guardando un violento cartone animato dai temi religiosi. Qui siamo dalle parti della psichedelia, dell’onirismo, tra doppelganger, dei bisogni di evadere (anche attraverso il cibo) e di emanciparsi e della consapevolezza che sarà difficile. Buono il comparto audio. Recitato in inglese.
Non uccidere. Josh Heisenberg.
Due fratelli (Massimiliano D’Aloiso, Guglielmo Paradisi) lavorano e vivono insieme in campagna. Ruggine e rancori rendono il loro rapporto difficile. La situazione esploderà. Anche qui si parla di proiezioni e mostri che la mente umana può generare, di allucinazioni da sensi di colpa, di plagi religiosi. Del corto di Heisenbergne avevamo già parlato qualche tempo fa, quando fu caricato in anteprima per pochi giorni dal regista sul suoYouTube.
Death of the ten commandments, l’episodio Non Uccidere.
Non commettere atti impuri. Paolo Treviso.
Ragazzo cresciutello e vergine (Christian Catinello) è vittima della bigotta vedova madre (Stefania Antonucci). La frequentazione con una ragazza (Annalica Bates) farà precipitare la situazione. Quando un plagio rovina per sempre una esistenza. Quello di Treviso è il segmento che più corre spericolato sul filo del rasoio senza però cadere nel ridicolo involontario, ed è uno dei pochi che va dritto al punto senza girarci attorno con metafore e giri di parole. Il lavoro si differenzia dagli altri anche dal punto di vista stilistico e di linguaggio.
Non rubare. Paolo Del Fiol.
Una volante della polizia (Paolo Salvadeo, Amira Lucrezia Lamour, Emanuela La Neve) va ad ispezionare una casa dove c’è stata una segnalazione. Si andrà presto nel paranormale tra possessioni diaboliche e credenze popolari esotiche e il termine “rubare” assumerà un significato spirituale-religioso e non materiale.
Non dire falsa testimonianza. Francesco Longo.
Due ladri (Roberto Ramon, Alessandro Leo) si minacciano tramite sms: uno accusa, l’altro nega. Il tutto raccontato con un po’ di depistaggi e con un cerchio che chiudendosi riparte, come a voler dire che alcune cose non si fermeranno mai. Anche qui c’è il tema del doppio.
Non desiderare la donna d’altri. Ildo Brizi.
Un uomo (Alessandro Bergallo) paga altri uomini per fare sesso con una donna sposata, forse sua moglie (Simona Fasano). Qui si parla di gelosia, ossessione e possessione da intendere seriamente come possedimento, come donne oggetto.
Non desiderare la roba d’altri. Davide Cancila.
Una moneta antica passa di mano in mano (Giulia Gatti, Alberto Marconcini, Andrea Falaschi) mietendo vittime. Moneta come simbolo del potere, che è sì da interpretare come autorità e comando (la ricca ragazza che vive nel castello, il prete) ma anche come potere negativo dell’avidità e del bisogno di accumulare.
My Name is Mosè. Davide Pesca.
È l’episodio cornice del film. Protagonista un pazzo esaltato (Samaang Ruinees) in fissa con i dieci comandamenti.
Dieci cortometraggi girati in economia che a tirar le somme non sono male.
Qualcuno ha la pecca, caratteristica piuttosto costante delle produzioni indipendenti, di una recitazione non sempre convincente se non addirittura al limite dell’imbarazzante. Al di là di questo si apprezza comunque il tentativo generale, in chi più, in chi meno, di intraprendere strade originali, metaforiche e non superficiali: il tema dei dieci comandamenti a quanto pare ha stimolato. Forse, vista latotale libertà creativache il progetto prometteva e richiedeva, si poteva qua e là osare qualcosa in più, magari esasperando alcuni concetti tabù legati al decalogo biblico.
Death of the Ten Commandmentssarà distribuito in DVD negli Stati Uniti daSCS Entertainmentcon il titolo diTen commandments of Terror.
Nei social network esce fuori il meglio e il peggio di ognuno di noi, la nostra essenza. Se c’è un disagio mentale questo verrà fuori senza troppi complimenti, se c’è una superficialità nell’affrontare le cose della vita idem.
C’è gente che sui suoi profili mette (forse per solitudine, forse per frivolezza) tutte le informazioni possibili e inimmaginabili sul proprio conto: indirizzo di casa, numero di telefono, mail. E postano lì ogni loro attività, compresa la partenza per le vacanze. Al rientro si lamenteranno indignati che gli hanno svaligiato casa, senza riuscire a fare 1+1.
Dark Social cortometraggio del 2017 dell’austriaca Catharina Isenburg racconta e affronta questo argomento in soli otto minuti, amplificandolo in un thriller teso che nel finale sfiora i territori della fantascienza. Perché la scienza e la tecnologia che si rivoltano contro l’uomo o che l’uomo usa per scopi non nobili è un argomento cardine di una certa fantascienza paranoica, profetica, distopica.
C’è un maniaco che trova le sue vittime nella metropolitana: ascolta una conversazione tra due amiche, cerca sui social i loro nomi, le individua dalle foto e il gioco è fatto. Assassino a cui la polizia non riesce ancora a dare un volto.
Dark Social andrebbe mostrato ad ogni persona che decide di iscriversi ai social network, o reti sociali come preferisce il buon Corrado Augias.
Il corto di Catharina Isenburg è andato in concorso all’ultimo Abruzzo Horror Film Festival.
Nuova opera estrema diDavide Pesca, divisa in atti/segmenti che sono: HEAVEN’S DOORS THE SAINT FRIDAY THE SECRETS DO NOT STEAL THE JUDGMENT Esattamente come nel primoThe Suffering Bible, dove venivano reinterpretati in versione gore (in un calderone di blasfemia in cui si mescoleranno sesso, violenza e morte) alcuni versi del testo sacro, e in particolare di 5 dei Dieci Comandamenti, anche qui abbiamo 5 storie (i restanti) legate idealmente da un segmento conduttore, THE ANGEL, che è quello almeno visivamente più riuscito.
Pesca è regista indipendente italiano noto per aver realizzato diversi film estremi (Tales From Deep Hell, ed i segmentiFeed me morenel coraleDeep Web XXXedHemophobianel collettivo internazionaleA taste of Phobia).
Se ho apprezzato molto il lavoro di Pesca nei 2 corali sopra citati, dove ho visto ottime potenzialità e inventiva, devo dire che questa operazione sulla Bibbia (davvero intrigante e affascinante sulla carta) delude un po’ troppo nella realizzazione. C’è molta ripetitività nelle torture, compiute fra l’altro su basi davvero scontate di suo, ma che diventano quasi un cliché del regista (ennesima enucleazione, eviscerazione, taglio di lingua – addirittura in versione doppia qui – in 2 segmenti diversi), fotografia a tratti assente – come la recitazione – e make up altalenante fra il riuscito e l’amatoriale (si inquadrano senza cura bordi scollati del lattice o tratti dove il trucco non è applicato).
La scena del parto del “ragno” antropomorfo ha il suo perché, peccato che le insistenti inquadrature sulla creaturina riuscita bene davvero solo a metà, ne smontino completamente poi la resa. A volte non mostrare è meglio che mostrare troppo. Gli scavalcamenti di campo non si contano e, sebbene in alcuni momenti essi son funzionali – e forse voluti – in molti altri sembrano ciò che sono: errori.
Sembra tutto girato di fretta, e spero sia così… perché altrimenti aver dedicato tempo a risultati simili, sarebbe grave. L’episodio cornice è quello che, grazie a un bianconero contrastatissimo, grazie all’atmosfera rarefatta ed al realismo delle pene autoinflitte (infatti c’è un performer di body art che non simula nulla, ma si trafigge e flagella senza effetti speciali) rende meglio. Forse modificando l’aspetto del performer minimizzando espansioni, piercing e tatuaggi l’effetto sarebbe stato ancora più efficace e meno “prevedibile” ma questa – come il resto – è solo la mia opinione, non me ne si voglia per esprimerla.
Il sound design quasi di matrice espressionista funziona molto, e mi domando… se il regista si fosse affidato nuovamente a buoni professionisti nella recitazione e fotografia – come in certi precedenti lavori – e se non avesse avuto fretta, che gioiellino potremmo aver avuto oggi fra le mani. Invece qui abbiamo costumi poverissimi, attrici con capelli arruffati, trucco assente (e ricordiamoci che è cinema, solo cinema, ci son dei reparti che non possono e non devono essere trascurati!), scene che vanno dal sottoesposto al sovraesposto… il risultato è davvero amatoriale per poter essere considerato sperimentale.
Normalmente non recensisco ciò che non mi piace, o colpisce, ma… qui son spinta dal fatto che ho davvero apprezzato alcuni dei lavori precedenti del regista… e ho visto qualcosa di buono in lui; magari la mia voce fuori dal coro potrà servire a bilanciare anche le eccessive recensioni fin troppo “benevoli” del primo film che mi han predisposta alla visione del secondo con alte aspettative, forse donandomi troppa hype verso qualcosa che… se non brutto, è allora senz’altro modesto… e decisamente non capolavoro.
SicuramenteDead Butterfly : Prophecy of Suffering Bibleavrà i suoi estimatori, ma in un’opera non guardo solo la buona volontà e le idee (o i mezzi tecnici a disposizione), ma anche la realizzazione… e ci son tanti registi che han dimostrato ampiamente che con 2 soldi e poco tempo si possono sfornare gioiellini di film curati in ogni dettaglio: vogliamo scomodare i primi corti/film di Lynch fatti quando egli non era Lynch e aveva solo 22 anni, senza soldi… perché no? Non era indie e squattrinato e sconosciuto anche lui?
Diciamo che fare film nel ’66 non era come farli oggi con mezzi a disposizione alla portata di tutti che abbattono costi di produzione e postpropduzione. Ma se non vogliamo puntare così in alto, fra gli indie contemporanei possiamo citare Scott Schirmer ed i suoi magnifici PLANK FACE e FOUND… insomma non me ne vogliate, cinema estremo si, ma che sia sempre CINEMA.
Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.
(Akira Kurosawa).
Gli attori principali sono, fra i vari, Enrico Calloni, Ornella Sestito, Barbara Sirotti e Samaang Ruinees.
Salve! Io mi chiamo Antonietta Masina e… già, con un nome così, non potevo che amare il cinema.
Son quindi cresciuta fra scherzi, assonanze e rimandi…ad una delle attrici (e muse) più immense; non potevo non conoscere lei (Ovvio, parlo di Giulietta Masina!) ed i film che ha interpretato; grandi film di uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Alle medie, il mio nome venne rielaborato dai compagni di classe in “Antonomasia” e, mentre le altre bambine giocavano con i principi azzurri, io sognavo… sognavo quei cappelli, quei costumi, quei colori… che mi portavano su altri piani di realtà nonostante Fellini stesso affermasse “Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare.”
Ai tempi del liceo poi, si parlava spesso con amici su quale fosse la “Birra per Antonomasia”, “la Canzone per Antonomasia” o “il Film per Antonomasia”… che quasi predestinata, scelsi poi di studiare comunicazione per poter lavorare in questo campo, e far sì che “Antonomasia” in persona potesse rispondere alle loro domande!
Chi scrive è una ragazza, anzi, una “persona” che ama il cinema; Il cinema quello fatto con passione, con serietà, ma non seriosità; il cinema condiviso e discusso con chi lo ama, con chi va al cinema (e andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì).
Ho una forte predilezione per il cinema fantastico ed horror, il mio fine non è solo quello di condividere i miei pensieri o recensire un film specifico (NON sono un critico, né conosco tutto… anzi, ho molti limiti e carenze che spero di colmare), ma anche discutere sulle motivazioni ed i sottotesti di interi generi.