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[SPECIALE] I 10 horror esteticamente più belli. (1/2)

La storia del cinema horror è pieno di film magnifici, e sono consapevole che di certo non basterebbe nemmeno una lista di 100 film per elencarli tutti… figuriamoci 10! È solo il mio punto di vista, quindi cari lettori… vi invito a collaborare alla crescita di questo elenco con i vostri suggerimenti!

Ciò che mi ha portato a fare queste selezioni, è soprattutto la componente quasi “pittorica” riscontrabile nella cura delle scenografie e dei costumi in rapporto con la fotografia. Come mio “solito” ho evitato titoli “facili” e scontati come possono essere Suspiria, Dracula (di Coppola) e Shining per portare certi titoli, magari meno noti ai più, in superficie… e magari stimolare qualcuno nella riscoperta!

Se il “male” e “l’orrore” son in genere associati al brutto, ci sono innumerevoli esempi dalla poesia alla pittura che svelano la bellezza celata nell’abisso del male. E laddove il cinema della paura è il cinema pensato per spaventare, bisogna anche considerare che è (ma, soprattutto, è stato) quel territorio di nessuno in cui era possibile sperimentare!

Andiamo a vedere allora cosa vi ho preparato… in ordine sparso.

The Witch.

Co-produzione fra Stati Uniti e Canada presentata per la prima volta al Sundance Film Festival 2015, divenendo una wide release nel 2016, per conto della A24. Nella parte finale si legge che il film è derivato direttamente da «giornali, diari e resoconti giudiziari del tempo (XVI secolo)».

TRAMA: Siano nel New England, 1630. Il rigido e bigotto William, che si difende fieramente sostenendo di aver solo praticato il verbo di Cristo, viene giudicato da una corte e allontanato dalla comunità assieme a sua moglie Katherine e ai loro cinque figli. I reietti si sistemano in una piccola fattoria solitaria ai confini di un fitto bosco. La figlia maggiore Thomasin ha dei dubbi, si sente peccatrice. Porta Sam, il fratellino neonato, a giocare vicino al bosco, ma il bambino le viene misteriosamente sottratto da una strega.

La fotografia è di Jarin Blaschke, e ci fa rivivere le atmosfere dei dipinti di Goya, specialmente nel magnifico finale.

I disertori – A field in England.

Film del 2013 diretto da Ben Wheatley, ambientato durante la guerra civile inglese. Il regista è anche in ABC OF DEATH col segmento U is for Unearthed , mentre il suo ultimo film è FREE FIRE: un film d’azione ambientato a Boston alla fine degli anni ’70.

TRAMA: Nel 1648, nelle campagne inglesi tormentate dalla guerra, un gruppo di disertori fugge dal campo in cui infuria la battaglia. Dopo essere stati catturati, vengono costretti ad aiutare uno dei loro carcerieri nella ricerca del tesoro che questi crede sepolto nel campo. Da quel momento, il gruppo gradualmente scivola in un caos fatto di aspre lotte e di paranoia. Quando poi diventa chiaro che il tesoro potrebbe essere qualcosa di molto diverso dall’oro che credevano, si scoprono vittime di energie malvagie intrappolate nel campo.

Come scrivono su Quinlan.it “Il pubblico di A Field in England è condotto per mano da Wheatley sull’orlo di un burrone, e poi oltre. Al di là del godimento di fronte all’estasi visionaria del film e alle battute che si rimpallano i protagonisti, A Field in England richiede un atto di fiducia, l’accettazione di una realtà altra che non segue regole prestabilite e in cui tutto non è solo possibile, ma necessario e ineluttabile”. Siete pronti per questo tuffo psichedelico?

L’opera ha ricevuto diverse nomination in vari festival importanti, vincendone solo uno (Karlovy Vary International Film Festival, Special Prize of the Jury), mentre la fotografia è di Laurie Rose (Stan and Ollie, High-Rise: La rivolta).

Il volto.

Il volto (Ansiktet) è un film del regista svedese Ingmar Bergman realizzato nel 1958 che ottenne nel 1959 il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia e il Premio Pasinetti, come opera migliore della rassegna, dai giornalisti.
Bergman figura come uno dei più influenti registi nella storia del cinema… ma la vita del cineasta svedese non si dispiega esclusivamente intorno alla pellicola, al contrario abbraccia anche un filone artistico di scrittura e teatro.
Il film imbastisce lo scontro, in realtà l’osmosi, tra magia e razionalità, spettacolo e burocrazia, tra il corpo (pesante e limitato, si evince dalle prime battute) e lo spirito (alto, alato, ma sostanzialmente inesistente, mistificatorio). Opposti che si attraggono. Espressione di un’unità spezzata.

TRAMA: Nella prima metà del secolo scorso, un illusionista, pseudo mago, viene arrestato, con la moglie, alle porte di una piccola città della Svezia, ed è costretto ad esibirsi dinnanzi alle autorità locali. Un medico incredulo ed un poliziotto prepotente assillano con le loro domande e i loro commenti insultanti i due, che alla fine sono stanchi ed irritati. Per potersi vendicare delle derisioni, di cui è stato oggetto, lo pseudo-mago si finge morto.

La fotografia è del fedelissimo Gunnar Fischer che ha lavorato a quasi tutti i film di Bergman.

Viy.

Vij è un film sovietico del 1967, diretto da Georgij Kropačëv e Konstantin Eršov. È il primo film horror del cinema sovietico ed è basato sul racconto omonimo di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

TRAMA: Uno studente del seminario viene incaricato di vegliare, nella chiesa di un piccolo villaggio e per tre notti consecutive, la salma di una strega, morta a causa di una malattia. Il ragazzo accetta l’incarico, che gli verrà lautamente pagato al termine, ma non sa del pericolo a cui va incontro: durante le tre notti, la strega torna in vita tentando di ucciderlo con tutti suoi poteri. L’unica arma a disposizione del filosofo è la preghiera.

Pittoresco, immaginifico e non privo di una sua originale impronta figurativa, questa riduzione filologicamente fedele del racconto di Gogol ne riconduce la morale politica alle beffarde coincidenze della sorte ed alle soverchianti logiche del potere che costringono un giovane renitente e indifeso a soggiacere ai perversi meccanismi di una volontà di dominio e di prevaricazione.

Il film ha avuto un mirabolante – ed inefficace – remake nel 2014, VIY… che punta tutto sul 3D ed il digitale, riuscendo a regalare una phantasmagoria per gli occhi, che però non colpisce il cuore per inventiva e artisticità.

La fotografia è di Viktor Piščalnikov e Fëdor Provorov.

La maschera della morte rossa.

La maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death) è un film horror del 1964, diretto da Roger Corman, tratto dai racconti La maschera della morte rossa e Hop-Frog di Edgar Allan Poe. Al film partecipano due importanti attori del genere horror, Vincent Price e Hazel Court.

TRAMA: Siamo nel Medioevo: una vecchietta mentre raccoglie della legna viene fermata da una figura vestita di rosso, che le dona una rosa rossa e le dice che presto giungerà la liberazione. La vecchia ritorna al suo villaggio e racconta il fatto agli altri abitanti, che prendono la figura come un santo e la liberazione come la fine della tirannia del principe Prospero, un crudele signore che domina il luogo.

Come tutti i “Poe” di Corman, anche questo è liberamente ispirato al racconto, a cui resta quasi fedele solo nella ricostruzione delle stanze del castello.

Si dice che Corman avrebbe voluto girare il film subito dopo I vivi e i morti (1960), ma accantonò il progetto per alcuni anni perché pensava che alcuni elementi della trama lo facessero assomigliare troppo a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

Alla fotografia troviamo Nicolas Roeg, che ci delizierà in futuro con opere come A Venezia un dicembre rosso shocking e Chi ha paura delle streghe.

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