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  • [EXTRA] Psycho III: nello spirito degli 80’s

    Tutti conoscono il filmPsycho(1960) diAlfred Hitchcock, perfino quelli che masticano poco di cinema.

    Capolavoro indiscusso tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Robert Bloch (basato sulle vicende reali del serial killer Ed Gein), è uno dei film più famosi del regista, nonché il suo maggior successo commerciale, tanto da generare tre sequel, uno spin-off, una serie televisiva, un remake shot-for-shot (Gus Van Sant 1998), e molte altre opere derivate (Sette scialli di seta gialla, il sanguinoso giallo di Sergio Pastore ha una palese citazione alla famosa scena della doccia, una versione ironica la ritroviamo anche neIl fantasma del palcoscenicodi Brian De Palma e poi c’è l’immancabile prima parodia ufficiale diretta da Steno,Psycosissimocon protagonisti Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi).

    Nel 1961 fu candidato a quattro Premi Oscar: miglior regista, miglior attrice non protagonista, migliore fotografia e migliore scenografia. Lo stesso anno fu assegnato il Golden Globe per la migliore attrice non protagonista aJanet Leigh.

    Una peculiarità del film riguarda la scelta del bianco e nero, insolita nell’epoca del Technicolor e del VistaVision. Sono state date alcune interpretazioni di questa caratteristica del film, quali ad esempio che la forte valenza espressionistica del contrasto dei chiari e scuri, delle luci e delle ombre sottolineerebbe l’elemento drammatico e consentirebbe la rappresentazione di una violenza sottile e insidiosa, ma pare che la scelta fu dovuta soprattutto al fatto che si sarebbe mostrato esplicitamente sangue e che il regista voleva aggirare quindi la censura.

    Il libro è molto più violento rispetto al film, e sembra che per la scena della doccia fu costruito un busto che sprizzava sangue… Hitchcock decise alla fine di fare un sapiente lavoro di regia e montaggio con il il coltello che non tocca mai il corpo della vittima.

    Con un predecessore così importante, non è strano considerare che i vari sequel non han goduto della fama che comunque meritano, sempre adombrati dall’opera originale.Psycho 2(che non ha nulla a che vedere col romanzo sequel scritto da Bloch) è scritto dal regista Tom Holland (Bambola Assassina,Ammazzavampiri) e diretto daRichard Franklin(già assistente di Hitchcock) reduce dal successo del suoPatrick.

    Nel cast ritroviamo quasi tutti i personaggi principali del precedente film, in una storia che si colloca temporalmente 22 anni dopo i misfatti del Bates Motel.

    Accolto abbastanza bene da pubblico e critica, il film fu anche un successo commerciale incredibile.

    Anthony Perkins èPsycho, impossibile non associare a lui i pensieri quando si pronuncia questo titolo. Sebbene diverso dalphsique du rolecreato da Bloch, Perkins è colui che ha dato vita con la sua fragile emotività schizoide, ad uno dei serial killer piu inquietanti e sofferti/sofferenti visti sullo schermo.

    Il suo talento fu riconosciuto fin da subito, guadagnando già al suo secondo film un Golden Globe e una nomination all’Oscar (La legge del signore, 1956) e sull’onda del successo diPsycho, Perkins ebbe una brillante carriera in Europa: nel 1961 vinse il premio come miglior attore al Festival di Cannes perLe piace Brahms?di Anatole Litvak e l’anno seguente interpretò Joseph K. nelProcesso(1962) di Orson Welles, adattamento cinematografico del romanzo omonimo diFranz Kafka.

    Psycho 3(1986) è un film che porta in sé tutto lo spirito degli horror anni ’80 e non perde il suo smalto col passare del tempo. È davvero un peccato non leggerlo nelle liste accanto a classici comeNightmareoVenerdì 13perché per fotografia, musica e dosi massicce di FX splatter davvero dona un mutamento alla mitica saga.

    La cosa più incredibile è che il film segna la svolta registica proprio di Perkins, che pare abbia voluto così cercare di dare un taglio a quel personaggio che molto ha caratterizzato e minato la sua carriera… sì perché vestire i panni di Norman Bates fu un mix micidiale di fortuna e dannazione. È come se tutto fosse iniziato e finito conPsycho. È come se gli undici film interpretati prima e i trentasette dopo non esistessero. E dire cheAnthony Perkinsse l’è sudato il successo.

    L’ipnotica colonna sonora composta daCarter Burwell(candidato di recente agli Oscar perTre manifesti a Ebbing, Missourie già fidato collaboratore dei fratelliCoen) diventerà poi anche una song lounge di successo, e sarà presente in tante compilation alla moda negli anni ’90.Charles Edward Pogue(che proprio di seguito avrebbe anche scritto la sceneggiatura deLa MoscadiDavid Cronenberg) firma da solo lo screenplay di questo incubo: un film che anche restando sotto molti aspetti dentro alle mode del genere del periodo, offre un’esperienza horror che, pur lungi dall’essere perfetta, ispira nella memoria dello spettatore ben di più che la sua quota di brividi e salti in gola.

    TRAMA :

    Psycho IIIè ambientato solo un breve periodo di tempo dopo gli orribili eventi diPsycho II. Norman tenta ancora la carta della “normalità”, ma a turbare il suo instabile sistema nervoso intervengono stavolta tre insoliti personaggi: Dwane, un giovanotto aspirante artista rock, squattrinato e voglioso di ragazze disponibili e carine, Maureen, ex suora in preda ad una profonda crisi depressiva e una giornalista intraprendente, Tracy, convinta che Norman sia implicato nella sparizione della signora Spool.

    Il film inizia con una sequenza molto bella dall’ambientazione e dalla scenografia (opera nientemeno che di Henry Bumstead) le quali sono una fedele riproduzione-citazione del convento e del celebre campanile deLa Donna che visse due volte(Vertigo, 1958) diAlfred Hitchcock. La regia di Perkins è ispirata, elegante, fatta di movimenti di macchina fluidi, contrappunti e sorprese, lezioni apprese bene dal “maestro” del brivido.

    Come protagonista che torna a turbare nuovamente Norman con la sua somiglianza a Marion Crane, abbiamo un volto caro agli amanti del cinema: Diana Scarwid, candidata all’Oscar per I ragazzi del Max’s Bar e ai Razzie Awards perMammina cara! Il film oltre che dal sangue è pervaso da un insolito insistente erotismo e nudità, della cui ispirazione Perkins è sicuramente debitore grazie alla presenza sul set del cult China Blue (Crimes of Passion, diretto da Ken Russell due anni prima).

    Perkins era bisessuale ed ebbe relazioni con molti personaggi famosi, inclusi gli attori Rock Hudson, Tab Hunter e il ballerino Rudolf Nureyev; la bisessualità del regista emerge nella particolare attenzione e sensualità rivolta al personaggio interpretato da Jeff Fahey: una camera sempre puntata sui suoi movimenti felini, corpo sudato, espressioni languide e malcelate nudità. Pare che Perkins volesse svelare l’attore in nudo integrale, ma che quest’ultimo si sia sempre opposto.

    Durante il film, inoltre, si allude spesso senza troppe sottigliezze anche a un morboso rapporto di necrofilia incestuosa fra madre/figlio e alcune grottesche sequenze mostrano il corpo della mummia /signora Bates quasi dotato di vita propria (quando si alza dal letto o indica a Bates il pericolo dell’imminente aggressione da parte del suo dipendente) creando nel pubblico il dubbio di una vera e propria possessione sovrannaturale oltre che scissione di personalità schizoide.

    Insomma, se siete appassionati di quel filone horror del “decennio d’oro” del genere, non potete non rispolverare questo titolo, ingiustamente sottovalutato!

  • [OLTRE LO SPECCHIO] The Pool (Ping Lumpraploeng), la recensione

    In un palazzo abbandonato una troupe ha appena finito di girare un video. Vanno tutti via tranne lo schiavo-art director Day (Theeradej Wongpuapan), incaricato dal regista di ripulire la piscina in cui si sono svolte le riprese. Resterà bloccato sul suo fondo insieme alla fidanzata Koi (Ratnamon Ratchiratham) senza possibilità di poter uscirne. Come se non bastasse un alligatore scappato finisce nell’impianto rendendo la sopravvivenza davvero difficile.

    The Poolè un film thailandese scritto e diretto daPing Lumpraploengche riesce ad intrattenere piuttosto bene sfruttando una semplice idea in cui la priorità dei personaggi è quella di restare in vita. Tanti colpi di scena, imprevisti e impedimenti, superamenti dei limiti, prove varie di coraggio, volontà e carattere, poche -come sempre- le botte di fortuna e i problemi che contengono al loro interno la soluzione al problema stesso.

    A rendere il film interessante è anche il rapporto tra i due personaggi grazie al quale, oltre ad andare avanti uno degli sviluppi emozionali e narrativi, scopriamo cose di una nazione, la Thailandia, che si conosce poco rispetto ad altre.

    Al di là delle nuove nozioni socio-culturaliThe Poolresta un Survival Movie dal sapore retrò (per il grosso animale da sconfiggere, purtroppo palesemente CGI) e capace di sfruttare bene uno spazio non così usuale a cinema come una piscina vuota.

    The Poolha vinto il “Premio Ciciarampa” come film più originale del festival Oltre Lo Specchio (ex equo conThe Final Land).

  • [RECENSIONE] Paralysis di Tom Sajewski (cortometraggio)

    Ecco uno strano cortometraggio che arriva dalla Polonia e lo firmaTomasz Sajewski, classe 1986, studente di cinema con diversi lavori nel curriculum, soprattutto da direttore della fotografia.
    Il titolo del corto èParalysise racconta, in qualche modo, un tema che in questi ultimi anni sta trovando una sua strada: la paralisi del sonno.

    Quello che colpisce nel lavoro diTom Sajewskiè il rapporto che c’è tra la protagonista e il mostro che la tormenta. Meglio: la ragazza sembra provare un qualcosa che si avvicina più all’attrazione che alla repulsione. Crea delle mini sculture di creta, e c’è anche un quadro raffigurante loro due sopra il letto dove dorme. La giovane confonde in qualche modo la realtà con la finzione, il sogno dalla veglia, immagina che anche il mostro sia attratto da lei al punto da venirla a trovare di giorno.

    Che poi mostro per modo di dire, per convenzione di genere: è una creatura sgraziata dalle fattezze tozze e affusolate nello stesso tempo, dalla consistenza lucida e legnosa che ricorda anche il materiale del suo omologo d’argilla.

    Paralysis è un corto fuori dagli schemi del genere anche se però a un certo punto citaL’orribile segreto del Dr. HichcockdiRiccardo Freda, con la creatura illuminata di rosso e fuori fuoco che avanza minacciosa nell’unico momentohorrordel film.

    Racconta (senza dialoghi) la labilità di certi confini, le attrazioni verso il sublime, verso ciò che ci spaventa. Ma è anche un discorso sulla solitudine perché la ragazza protagonista dà come la sensazione di volersi appigliare a questi strani incontri per combattere in qualche modo la sua vita agiata ma solitaria.

  • [RECENSIONE] Paradox (Daryl Hannah)

    Un’apocalisse ci dev’essere stata, ma ormai nessuno ha molta voglia di parlarne.Il mondo è tornato un Far West dal cielo viola, in cui non si scava più per cercare l’oro e diventare il padrone di un nuovo mondo: si scava per cercare scarti tecnologici del mondo che fu, da rivendere per beni di prima necessità.

    È questa la cornice diParadox:primo vero film da regista di Daryl Hannah, la Elle Driver diKill Bill 1 e 2, un film che è profondamente sbagliato definire sperimentale o onirico. Si tratta diun film che rifiuta i canoni cinematograficie va molto oltre la sperimentazione o il sogno a occhi aperti, dirigendosi verso la realtà del mondo di oggi che si costruisce sempre di più su una quantità innumerevole di suggestioni.

    Una realtà che risuona, musicale,con la musica (nello specifico, quella di “Neil Young” e dei suoi “Promise of the Real”)incaricata di unire un mondo in cui uomini e donne vivono separati e si incontrano solo per scambiarsi merci oppure per “il giorno dell’inseminazione”. Musica che eleva, fa letteralmente volare, preziosa come i semi che danno la vita e che sono diventati proprietà privata, custoditi nelle banche di questo nuovo lontano ovest.

    Il centro del film è costruito intorno a due pezzi suonati live, con Neil Young che si esibisce in unaversione assolutamente strappacuore del suo “Pocahontas”, voce e organo. Dal punto di  vista visivo, guardando Paradoxho avuto un forte dejavu.

    Scavando nella memoria, ho trovato somiglianze decise con un film che qualche anno fa si rivelò un caso distributivo:H2Odio di Alex Infascelli. Distribuito in edicola con Repubblica, il film riscosse un successo di vendite clamoroso, talmente clamoroso da portare Repubblica ad annullare iniziative simili, che interferivano con i mercati distributivi tradizionali. Non avendo una storia chiusa, anche il film di Infascelli divagava in modo interessante, cercando strade nuove tra oggetti, espressioni e quei buchi dove si nasconde, almeno nella vita reale,lo spazio della novità.

  • [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. “Il fritto misto alla ricerca della sequenza cult” di Dardano Sacchetti

    Paura mi fa paura, dico davvero: la parola “paura” mi fa paura. Per me è un bellissimo titolo. Così disseFulci Lucio, regista musicarello/comicarolo prestato per caso all’horror.

    Tutto era cominciato poche settimane dopo l’uscita diZombi 2. Il film, inaspettatamente, era stato un grande successo. I tre produttori italiani si erano messi in tasca 600 milioni di lire cadauno. Uno, li perse subito producendo “Baraonda”. Il promotore del progetto si comprò un tir di ottimo cachemire, il terzo, più prosaico, mollò la golf e si fece una strana Porsche, la 914, che fu subito tolta di produzione. Ma il successo economico per i produttori (dovuto a proficue vendite all’estero) non fu nulla rispetto al successo internazionale, soprattutto in Giappone e negli Stati Uniti.

    Né Fulci, né io godemmo di questo successo. Fulci prese sei milioni per la regia, io ne presi quattro per la sceneggiatura. Ma Lucio era ottimista. Venendo dal cinema comico, dove chi azzeccava una commedia veniva proiettato nell’empireo, era ottimista. Ripeteva che il telefono si sarebbe surriscaldato per le chiamate. Dovevamo solo aspettare quella giusta.

    Ma non arrivò alcuna chiamata. Contrariamente alle “regole” neanche i produttori diZombi 2si fecero vivi, nonostante i guadagni. Si dedicarono ad altre avventure. Passarono più di sei mesi. Io avevo altro da fare, Fulci non ci credeva, così alla fine prese contatto con uno dei tre produttori di Medusa. Quello non sapeva cosa fosse l’horror e non gliene fregava niente, ma per amicizia incoraggiò Fulci a pensare un progetto. Ora Lucio, che si era sempre occupato di altro e aveva in “orrore l’horror”, cercò di capirne qualcosa e passò mesi a leggere soprattutto Poe e Lovecraft, cercando di carpirne i segreti senza rendersi conto che quelli erano maestri sì, ma i tempi erano diversi dai loro temi e dalle loro atmosfere.

    Oltretutto Fulci non voleva e non poteva abbandonare gli zombi perché, da vecchio dragatore di cinema, aveva capito che gli zombi gli avrebbero permesso un paio di scenacce d’effetto di quelle molto amate all’estero, Giappone in testa. In quegli anni bastava a volte azzeccare un paio di scene forti per vendere un film.

    Fulci, così, fece di tutto per coinvolgermi nella stesura di un soggetto che aveva una unica caratteristica: era un fritto misto di varie cose con l’unico scopo di trovare la sequenza indimenticabile. Il soggetto fu scritto, fu trovata con grande difficoltà una copertura ma alla fine il film fu fatto. Non ebbe lo stesso successo diZombi 2, fu un po’ un passo falso ma propeduetico all’Aldilà, il film che lo proiettò definitivamente nell’horror.

    Il resto è leggenda.

    Dardano Sacchetti

    [SPECIALE] Paura nella Città dei Morti Viventi. Introduzione.

    [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti viventi. Intervista ad Antonio Tentori

    [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. Intervista a Giovanni Lombardo Radice

  • [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti viventi. Intervista ad Antonio Tentori

    Antonio Tentoriè uno cheLucio Fulcilo conosce bene. Non solo perché ha scritto insieme al compiantoAntonio Bruschiniun libro a lui dedicato che si chiamaLucio Fulci: il poeta della crudeltà(Ed. Profondo Rosso). Tentori con Fulci ha collaborato in prima persona co-sceneggiando due film horror del suo ultimo periodo:Demonia(non accreditato) eUn Gatto nel Cervello.

    L’ho voluto interpellare anche perché avevo una necessità personale…

    Ti faccio una confessione. I film diLucio Fulcili posso vedere col contagocce. Guardo film dell’orrore da quando sono bambino, mi rimbalza tutto ma i film di Fulci…

    Antonio Tentori: …Lasciano il segno.

    E mi agitano il sonno

    AT: Perché sono disturbanti

    Anche perché secondo me hanno delle situazioni talmente assurde, senza via di uscita…

    AT: …Che altri non hanno

    Nel libro che hai scritto con Bruschini parlavate della poesia dietro la crudeltà dei suoi film horror

    AT: Sì, è vero.

    Spiegaci meglio il concetto in relazione al filmPaura nella città dei morti viventi

    AT: Ci sono delle immagini crepuscolari molto forti all’inizio, con le scene simultanee della medium da una parte e il cimitero di Dunwich dall’altra parte con il prete che alla fine si impicca. Ma soprattutto c’è la parte finale che è di una poesia macabra incredibile, quando i protagonisti si trovano nei sotterranei con tutti i morti viventi che avanzano insieme al prete fino alla loro fuga fuori dal cimitero stesso. E c’è questa immagine raggelante del bambino che gli va incontro e poi l’immagine si frantuma con quel grido finale. Sono suggestioni uniche nel loro genere e le riscontriamo anche in altri lavori di Fulci, anche thriller, soprattuttoNon si sevizia un paperinoma ancheSette note in NeroeLo Squartatore di New York. Ci sono questi momenti di violenza estrema seguiti subito dopo una strana forma lirica, struggente e malinconica. Accade anche neL’aldilàe soprattutto inQuella villa accanto al cimiteroche forse tra tutti è quello che racchiude meglio questo suo modo di essere lirico e viscerale.

    I Film di Fulci hanno anche un pessimismo che non lascia davvero scampo. Paura nella città dei morti viventi forse lo è più di altri probabilmente anche perché il Male si scatena per la morte di un prete. Se sei religioso potresti pensare che Dio ci ha abbandonati. Non so se sei d’accordo.

    AT: Nei film horror di Fulci non c’è redenzione, non c’è salvezza né speranza, non c’è mai il lieto fine, in nessuno.
    Anche nei film minori, nei quali magari per motivi di budget o per motivi di altro tipo non è riusito a realizzare quello che avrebbe voluto. Però anche lì c’è questo suo stile, questo suo modo di intendere il cinema fantastico che è un cinema sicuramente onirico: un sogno spaventoso che è liberatorio ma anche circolare perché da questo labirinto, in cui lui è così abile ad immergere lo spettatore, non se ne esce.
    Questo accade ovviamente anche in film comePaura nella città dei morti viventiche è tra l’altro un film molto importante perché si colloca esattamente tra due film seminali nella filmografia di Fulci che sonoZombi 2, anche quello con un finale apocalittico, eL’aldilàcon un finale atrettanto nero in cui i due protagonisti finiscono in un mondo “altrove” dove in realtà sono morti.

    E poi è un pessimismo che faceva morire il personaggio principale che tu immaginavi sopravvivesse…
    I dettagli splatter in generale hanno nel suo cinema una certa importanza.

    Fa parte del suo stile sin dai primi horror, ma anche dei thriller. Lui è un regista che ha osato in epoche non sospette. Negli anni ’70 andava oltre. Un po’ per un gusto grafico che era anche simbolico e andava oltre il semplice effetto splatter, a mio avviso. E un po’ anche per cercare di competere con gli americani. Ricordiamo che alla fine degli anni ’70 quando esceZombi 2, il primo horror di Fulci, in America c’erano già film molto forti ed estremi. Un nome su tutti proprioGeorge A. Romero. Noi da parte nostra avevamo i nostri truccatori a mio avviso eccellenti: uno per tuttiGiannetto De Rossi. Fulci si avvaleva di artisti del makeup e dell’effetto speciale come De Rossi ma ancheRosario Prestopino,Maurizio Trani. Loro avevano questo compito importante nei film: c’è una storia in cui avvengono degli eventi raccapriccianti raccontati con dovizia di particolare. Ma era la cifra stilistica di un autore a mio avviso con la A maiuscola.

    Parliamo degli zombi nel film. Sono stati messi anche per dare un seguito a quelli diZombi 2, visto che cominciavano ad andare di moda. Quelli diPauraperò non sono i classici morti viventi.

    AT: Sono molto particolari gli zombi di Fulci. Quelli diZombi 2sono riconducibii alla magia nera e al voodoo, mentre inPaura nella città dei morti viventisono zombi abbastanza singolari perché sono quasi dei fantasmi. Sono zombi che appaiono improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompaiono dopo aver colpito in maniera feroce e zombificato le loro vittime.
    Il loro aspetto è diverso. Non sono più i morti lividi e putrefatti diZombi 2sono quasi più fantasmi. Hanno l’aspetto da cadaveri viventi ma hanno qualcosa di fantastico e sovrannaturale che li rende diversi e questa secondo me è un’ottima idea, un’ottima scelta vincente perché si differenziano, come si differenziano anche gli zombi diL’aldilàche appaiono nel finale nell’ospedale.

    Parliamo a questo punto anche delle influenze che il film ha dato in seguito ad altri registi. Tarantino ad esempio ha citato Paura almeno in un paio di occasioni.

    AT:Kill Billsicuramente. La scena del seppellimento. La poetica di Fulci si rifaceva anche a scrittori fondamentali dell’horror come Lovecraft e Poe e inPauraci sono entrambi. Lovecraft per la cittadina di Dunwich e con queste entità mostruose che aspettano solamente di essere scatenate e c’è Poe con la Sepoltura Prematura nella scena emblematica conKatherine MacCollche, sepolta viva, si risveglia nella bara e Peter, che diventerà il suo compagno di viaggio in questa avventura incredibile, cerca di salvarla armato di piccone ma rischia ad ogni colpo di ferirla in maniera mortale. È una delle scene migliori del film.

    È la mia preferita

    AT: Non a caso un regista come Tarantino, da sempre attento alla cinematografia di genere italiana, ha trovato in Fulci alcune influenze e suggestioni che poi ha preso per i suoi film.

    [SPECIALE] Paura nella Città dei Morti Viventi. Introduzione.

    [SPECIALE] Paura nella Città dei Morti Viventi. Intervista a Giovanni Lombardo Radice.

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