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  • [ESCLUSIVA] Ricominciare dal Futuro – INTERVISTA A GIACOMO CIMINI

    Giacomo Ciminiè una di quelle scoperte che Internet ha trasformato da impensabili utopie a realtà, una boccata d’aria fresca per liberarci da quei canoni di successo hollywoodiano che rischiano di farci dimenticare cos’è il cinema: non solo immagine e tappeti rossi, ma passione, storie e un pizzico di follia.
    Ci colleghiamo con un’ora di ritardo rispetto al programma e forse è una fortuna, perché nel frattempo finisco di vedereTomorrowlanded entro così nel clima perfetto dell’intervista, visto che Giacomo ha concentrato la sua migliore produzione fino ad oggi proprio sul genere fantascientifico.
    Ci tengo a raccontargli come, un giorno di qualche anno fa, ho trovato il suo nomecome autore cinematografico.

    Gli spiego così che dopo aver vistouno dei film del fantasmagorico produttore italo greco Ovidio Assonitis, mi è saltata la curiosità di vedere se fosse ancora in attività e così ho scoperto che l’ultimo film da lui prodotto è un lungometraggio diretto proprio da Cimini nel 2003 dal titolo“Red Riding Hood”(Cappuccetto Rosso).

    STEFANO NICOLETTI: Apparentemente il tuo è un percorso inverso rispetto a quello classico che vede i registi affrontare prima i cortometraggi e poi il lungometraggio.

    GIACOMO CIMINI: In realtà ho fatto almeno quattro anni di gavetta, partendo come schiavo di produzione e poi girando anche dei corti miei. Poi a 24 anni si è aperta quella che pensavo potesse essere una possibilità, il film di Assonitis. Colsi la palla al balzo, ma in quell’esperienza non c’è niente di mio.

    Dopo c’è stata l’esperienza televisiva della prima serie TV di “Delitti” e poi quando ho deciso di emigrare qui a Londra ho capito che avrei dovuto ricominciare completamente da zero nonostante i miei dieci anni di esperienza.

    Non ero riuscito a integrarmi coi meccanismi produttivi italiani, forse per mia presunzione, forse per la manca di spazi per il cinema di genere. Aver girato “Red Riding Hood”, un horror low budget, rischiava di farmi ghettizzare. Così mi sono iscritto alla London Film School.

    SN: E lì è nato il corto City in the Sky, che io noleggiai su iTunes e che trovai veramente interessante da molti punti di vista, dall’estetica al soggetto.

    GC: Sì, è stato il mio film di diploma. Quei tre anni della scuola mi hanno dato la possibilità di fare errori e di capire quale potesse essere la mia voce e la direzione da prendere. Le scuole di cinema, in una delle quali oggi insegno, hanno senz’altro il pregio di darti l’accesso a strumenti tecnici professionali e di farti concentrare a tempo pieno sul cinema.

    Per il resto la riflessione artistica l’ho maturata da solo, anche attraverso altri lavori meno riusciti che però non hanno avuto l’effetto immediato di espormi ai giudizi di Internet, come oggi avviene spesso. La funzione principale della scuola è questa, darti tempo.

    SN: Ecco, Internet.Marcus Nispelqualche settimana fa ci ha detto che secondo lui Internet ha già fagocitato il cinema. Che ne pensi?

    GC: A parte le perplessità che mi lascia il commentare la fotografia di un lavoro cinematografico su Youtube o sullo stesso Vimeo, quando si dà per morta una forma d’arte strana e complessa come quella del cinema, la vediamo rigenerarsi in nuove forme. I dati globali ci dicono: incassi altissimi, quantità di film prodotti sempre in crescita.

    Però quando ha esorditoTarantinocon“Le Iene”, tutto il mondo si è fermato, mentre oggi ci sono esordi straordinari, penso ad esempio aBlue Ruindi Saulnier che ti consiglio di recuperare, che non diventano fenomeni, rimangono quasi sconosciuti. È sempre più difficile non solo esordire, ma anche continuare. Sta arrivando poi la realtà virtuale, che a differenza del 3D sembra avere qualche prospettiva in più. C’era il pericolo in verità che il cinema finisse solo sugli schermi dei cellulare, invece ci troviamo a casa invece televisori a 40 pollici a prezzi sempre decrescenti.

    Nei prossimi 10 anni avremo sempre di più il cinema in casa e con la realtà virtuale le distrazioni saranno sempre più vicine allo zero. In sostanza non credo che il cinema stia morendo, solo che stia affrontando grandi trasformazioni.

    Quest’anno il mio film preferito è statoMad Max Fury Road:solo pensare che un film del genere sia stato realizzato ed esista è per me la prova tangibile della salute del cinema. Il cinema bello c’è sempre, ma noi, come ho cercato di raccontare inThe Nostalgist, siamo tutti un po’ vittime della nostalgia.

    Il cortoThe Nostalgist, pubblicato sul canale Youtube di Wired.

    SN: Possiamo dire che fai un cinema di genere?

    GC: Sì. Credo però che tutto il cinema sia cinema di genere, anche quello autoriale che qui a Londra è chiamato Arthouse.Nel mio piccolo, la fantascienza di “City in the Sky” è una fantascienza autoriale, per i tempi, le tematiche… Diciamo che ultimamente faccio cinema di fantascienza.

    SN: Deodato qualche settimana fa mi ha detto che lui è più neorealista di Rossellini, perché il cinema di genere è “il” modo di raccontare la realtà.

    GC: Secondo me qualsiasi forma di narrazione è filtrata e in quanto tale irreale, parlare di reale nel cinema o nel documentario è eccessivo, nemmeno i Dardenne e il loro bambino con la maglietta rossa hanno a che fare con la realtà, perché il bambino per il solo fatto di avere quella maglietta rossa si astrae completamente. La realtà è la realtà, il cinema è un’altra cosa. Si può cercare di veicolare la spontaneità delle emozioni, però il reale in sé si può solo vivere. Queste filosofie, i ragionamenti sul cinema di genere, alla fine servono solo a cercare di vendere biglietti, sono categorie merceologiche.

    SN:City in the SkyeThe Nostalgisthanno molte differenze, ma anche molti punti in comune: la distopia, l’agorafobia di personaggi che temono anche solo di uscire di casa. Mi sembra difficile che siano coincidenze.

    GC: GirandoCity in the Skyho fatto amicizia conDaniel H. Wilson, lo scrittore del racconto dal quale è stato tratto ancheThe Nostalgist. Questo è un legame importante. Dal punto di vista personale ha influito il fatto di essere emigrato qui a Londra, un luogo nuovo dove per forza di cose culturalmente sarò sempre un estraneo. Riflessioni sulla solitudine, quelle che superi con l’amore, le relazioni, la curiosità, il rapporto padre-figlio, sono venuti naturali. Dentro c’è il riflesso dell’esperienza che ho vissuto e che sto vivendo in questo momento.

    Se vai a vivere in un altro paese diventi un esule ovunque ti trovi: non sarò mai inglese, ma al contempo fatico a riconoscere l’Italia. Anche se sono molto informato, non riesco più a stare bene lì, così come non sto completamente bene qui. Comunque, anche il prossimo progetto, come i due precedenti, sarà ambientato in un ambiente chiuso…

    SN: Prima di parlare del progetto futuro, volevo chiederti riguardo aThe Nostalgist: è un progetto molto ambizioso. Spesso progetti di questo genere falliscono, perché non è semplice mettere insieme tutto quello che sei riuscito a mettere dentroThe Nostalgist, effetti speciali compresi. Perché puntare così in alto e non a una storia più a effetto, ma realizzabile con più facilità?

    GC: La potenza evocativa delle storie che ti restano dentro ti spinge all’azione, c’è un elemento quasi sciamanico. Quando ho letto la storia mi sono trovato a 34 anni a dire: “Non sono un giovane esordiente: voglio dimostrare a me stesso che posso fare il mio piccoloBlade Runner.”.

    C’è poi una componente di follia nell’ostinarsi a voler fare questo che è fondamentalmente un lavoro orrendo, meraviglioso se lo fai dai 20 ai 30 anni, ma che quando entrano in gioco le responsabilità capisci che non ti dà nessun appiglio. Sono cresciuto conSpielberg,Ridley Scott, per poi scoprireKubrick… ma la mia ossessione è stato ilCoppoladiApocalypse Now. Quindi mi sono reso conto di complicarmi molto le cose con certe storie… ma il punto è sempre uno: fare cinema. Avere ambizione cinematografica.

    SN: Mi accennavi di un progetto futuro, di cui in giro però non ho letto niente.

    GC: C’è pochissimo in giro, perché ogni volta che ho parlato prima di un progetto poi è deragliato… È un progetto di lungometraggio sul quale sto lavorando da anni. Ora ha una forma definitiva, stiamo cercando il cast, in particolare aspettiamo una risposta da un attore e stiamo cercando i finanziamenti. Ho scritto io la storia, stiamo ricevendo molti incoraggiamenti, abbiamo anche prodotto un teaser trailer. È ambientato in un sottomarino militare negli anni ’60.

    https://vimeo.com/43839079

    Dopo una chiacchierata di quasi un’ora, è il momento di salutare Giacomo e i suoi occasionali “Oh my God”. Ascoltandolo sembra sentir respirare il grande agglomerato umano di cui ormai fa parte, con le sue grandi opportunità legate in modo indissolubile a grandi interrogativi.

  • [ESCLUSIVA] CRISTINA E IL CINEMA – Un aperitivo con Cristina Puccinelli

    Il parchimetro esige almeno cinquanta centesimi. Ne ho quarantacinque. Mi incammino in cerca di un bar, un caffè e un implicito cambio moneta. Mi fiondo dentro il primo che incontro, ma quando capisco che stanno per chiudere è tardi e così resto lì, interdetto, davanti al bancone. Il padrone mi squadra, accenno un sorriso e alla fine concludiamo tacitamente l’affare: lui mi fa il caffè e io, grato, lo butto giù come una tequila bum bum mentre già me ne sto andando.

    In stradacompongo il numero di Cristina Puccinelli. Attrice, autrice di cortometraggi pluripremiati, organizzatrice di eventi di cinema e di teatro, ci dovremmo incontrare nella cornice delLucca Film Festivalper una chiacchierata sul suo nuovo progetto.

    Non è raggiungibile e allora perdo tempo avviandomi verso il centro città. Luccami piace per diversi motivi. Uno di questi è che anche nei momenti più affollati ti regala sempre un angolo di tranquillità, un vicolo tutto per te,uno scorcio di arte silenziosa dentro cui passeggiare.
    Il mio telefono squilla: è Cristina.
    Ci diamo appuntamento presso quel bar che si apre su una delle più belle piazze di Lucca, quella del Duomo.
    Una volta seduti davanti a due spritz, Cristina indica un punto dietro le mie spalle e mi chiede:“Sei sicuro di non voler intervistare lui?”
    Mi volto. “Lui” è il premio OscarPaolo Sorrentino.
    È qui per il Festival dove ha appena terminato una masterclass.

    “Figurati, troppo facile, tutti intervisterebbero lui, mi devo pur distinguere, no?”
    Anche la cameriera annuisce a queste parole, ma forse mi sta solo prendendo per il culo. In verità quando incontro una persona di grande successo mi chiedo semprecosa possa davvero raccontare, nascosta dietro inevitabili pose, relazioni da mantenere, contratti firmati e ancora da firmare.

    Sono qui per Cristina. Quando attacco il Registratore-App lasciamo cadere l’argomento Sorrentino e i suoi capolavori veri o presunti e ne segue una piacevolissima chiacchierata di un’ora.

    Cristina si racconta con una suggestiva miscela di inflessioni toscane e romane. Sa ascoltare, si ricorda perfettamente di un progetto di cui avevamo parlato alcuni anni fa.

    STEFANO NICOLETTI: Quello che penso è che dei film è meglio parlarne prima che dopo, perché quando poi lo vedi il film parla da sé e ognuno lo filtra con le sue esperienze. E poi può far differenza se lo vedi al cinema da solo o a casa in compagnia…

    CRISTINA PUCCINELLI: Certo, può cambiare totalmente, magari in compagnia ti trasmette un’energia diversa… Il punto secondo me è che ci sono storie che ti toccano e altre di cui non ti frega nulla, perché non ti appartengono. Per esempio io non riesco a vedere l’horror, ho difficoltà a entrarci in contatto, è una cosa mia, magari perché le mie paure mi piace svilupparle in un modo diverso. Invece ho una passione per i film che affrontano i modi dell’essere, gli stati emotivi, il grottesco, le storie che fanno piangere e ridere… anche i western, i film in costume faccio fatica a entrarci dentro, soprattutto quando c’è quella messa in scena impomatata che non racconta davvero. Quando c’è una storia forte come in Maria Antonietta o l’ultimo Garrone invece…

    Al tavolo accanto si alza un brindisi che ci distrae. C’è un gruppo di diciottenni che alza i calici per brindare “Alla patente!”. Cristina accenna all’illusione della libertà legata a questa conquista, io al fatto che se continuano a brindare così, tra un paio d’ore potrebbero non averla già più, la patente.

    CP: L’umana disillusione è un po’ il tema del corto nuovo, “Stella Amore”. Il momento in cui scopri che Babbo Natale non esiste. A volte ti piace continuare a crederci, più spesso i bambini vogliono continuare a crederci perché altrimenti si possono scordare i regali… Così impari a stare al gioco. Vivendo nel cinema, ho scritto questa storia in cui una bambina entra in questo complessissimo mondo, che è tutta una lotta. Il mio primo giorno di set da attrice mi ha dato ispirazione: ricordo che fui convocata prestissimo, truccata uno schifo, conciata uno schifo, dovetti aspettare fino a metà pomeriggio per poi sentirmi dire “Dai sbrigate che ggioca la Roma”. Nel corto racconto la disillusione più vera, quella che passa dallo sguardo disincantato di una bimba.

    SN: Lo stai ancora ultimando, giusto?

    CP: Sì, anche se un primo montaggio sarà presentato a Cannes, posso ancora modificare qualcosa e sto cercando di capire quale strada precisa fargli prendere tra le mille suggestioni possibili. Stavolta sono stata comunque molto fedele alla sceneggiatura, anche nel montaggio, aiutata anche dal fatto che l’ultima stesura non l’ho scritta da sola.

    SN: Il tuo primo corto (premiatissimo) è di quasi dieci anni fa, come ti senti di esser progredita nei meccanismi della narrazione?

    CP: Sì, il primo corto è del 2007, questo che sto ultimando è il quinto, alcuni sono stati un po’ delle prove, però il primo, girato con un unico piano sequenza, era un lavoro sottile, sul ruolo, qualcosa che piaceva molto alla critica e faceva dire ad altri: “Ma che davvero ha vinto questo?”. La critica rimase contenta, poi li ho subito delusi(ride)passando a commedie un po’ più di intrattenimento… Oggi Sorrentino diceva una cosa fondamentale: la grande magia del cinema è avere un messaggio e riuscire a comunicarlo, a farlo arrivare. La forza narrativa del primo corto forse era superiore a quella degli altri. “Eppure io l’amavo”, l’ultimo realizzato, anche se è sempre stato girato con mezzi limitati era di un livello tecnico superiore.

    Il primo corto da regista di Cristina Puccinelli “Allora… ciao” (2007)

    CP: Il nuovo lavoro è stato girato in sei giorni, anche se ne sarebbero serviti almeno un paio in più. In alcuni momenti sul set c’erano settanta persone e dare a tutti il giusto humus non è stato semplice. Nel corto si alternano ventidue attori che girano intorno alla bimba protagonista e le scene corali sono state difficilissime da raccontare, in più la produzione ha impostato il lavoro come se si trattasse di lavorare quattro o cinque settimane, quindi sono stati fiscali nel rispetto del programma. Ma la più brava è stata la bimba, ci ha sorpreso tutti, io la guardavo e dicevo: “Ma… è un mostro, è perfetta!”. Incredibile.

    SN: Come l’hai selezionata?

    CP: Ho provinato tantissimi bambini tramite varie agenzie, ma nessuno mi convinceva. Una sera ho visto questa bimba in un ristorante, mi ha colpito la sua spigliatezza, ho chiesto il permesso al suo papà e poi l’ho ricontattata a distanza di qualche mese. L’ho rivista poi un paio di settimane prima delle riprese, per provare le battute, la memoria, l’ho fatta un po’ giocare… Mentre il produttore mi mandava in paranoia dicendomi “Se hai sbagliato la bambina puoi chiudere subito!”. E aveva ragione, perché a quei ritmi se non fosse stata adatta sarebbe stata una tragedia.

    SN: Qualche sera fa ho sentito Ruggero Deodato dire, “Sì, non facevo film da 23 anni, ma in fondo il cinema non mi è mancato”

    CP: Credo che le persone cambino e che lui quando era giovane si sia senz’altro sfogato, no? Anch’io ti confesso che oggi sento più la voglia di vivere la mia vita rispetto a qualche anno fa. Poi sai cosa? ogni regista si deve caratterizzare in qualche modo, fare il personaggio, se vuole emergere… voglio dire: il regista è anche un personaggio!

    SN: Tra i registi emergenti mi sembra di notare che ci sia più una ricerca della grande società di produzione piuttosto che della grande storia da girare, che ne pensi?

    CP: Io mi sono data da fare parecchio per uscire dal meccanismo dell’auto produzione e una produzione vera ti permette di accedere a soluzioni, a location, che altrimenti sarebbero irraggiungibili. È vero che così devi sottostare a regole produttive più stringenti.

    SN: Cos’è che da attrice hai subìto e che invece non farai mai a un altro attore?

    CP: Questa la so(e ride). Si entra nelle dinamiche caratteriali, di gesti che alcune persone farebbero a chiunque, indipendente dal fatto di essere il regista. Ne ho sentito raccontare più di una volta ed è successo anche a me. Io ho il massimo rispetto degli attori, perché so che è difficile, che se non entri nella parte non è una cosa che scende dal cielo e il regista dovrebbe aiutarti, metterti a tuo agio, perché se ti urla in faccia è solo peggio. Poi che c’entra, mi fanno arrabbiare anche a me, eh!

    “Eppure io l’amavo”, il corto del 2013 di Cristina anch’esso premiatissimo e trasmesso anche su Sky, è stato invitato alPrato Film festivalche a giugno dedica una retrospettiva a Pietro Germi. Mentre i neopatentati vanno a far danni altrove e cala un silenzio insperato, finiamo a parlare di quel cinema che riusciamo a definire senza patemi “capolavoro”: Pietro Germi, Elio Petri… film con storie forti, non riducibili alla dicotomia “film impegnato o cinepanettone”.

    CP: Ci sono film francesi, dell’Europa del nord o anche Inglesi o indipendenti americani che riescono a metterci dentro un mondo intero, dove ogni personaggio è un mondo, tipo…

    Esattamente nel momento in cui sto pensando a“Little Miss Sunshine”, Cristina dice “Little Miss Sunshine”.

    SN: Il nonno eroinomane è fantastico.

    CP:È perfetto. Che je voi dì a un film così?

    Tra cinque minuti inizia la premiazione di Romero.
    Ci salutiamo e mi rituffo dentro i vicoli di Lucca. Dopo questa chiacchierata sul cinema insieme a chi lo vive con questa passione, mi sembra di portarmi dietro il riflesso di una certa luce polverosa da proiettore, che sul finale non vorresti mai veder dissolversi.

  • [ESCLUSIVA] I nostri fantasmi, In Fondo Al Bosco – intervista a Stefano Lodovichi

    Il 13 marzo SkyCinema trasmetteIn fondo al bosco, secondo lungometraggio diStefano Lodovichi, scritto insieme aIsabella AguilareDavide Orsini. Gli ho chiesto qualcosa su di lui, su come gli piace lavorare e su come ritiene debba essere inquadrato, se proprio si deve, il suo ultimo lavoro.

    Il videoclip, il documentario, il cortometraggio, il film per il cinema e per la televisione: qual è, se c’è, il formato preferito da Stefano Lodovichi?

    Quasi tutti i registi della mia generazione sono passati per la fase filmmaker, hanno girato video o spot e hanno imparato, nel tempo, a confrontarsi con media e linguaggi differenti. Personalmente allo stato attuale preferisco il cinema, ma soltanto per una questione di fascino (la sala, il proiettore, vedere i manifesti del tuo film dove un tempo hai visto quelli dei grandi film che ti hanno cresciuto…). Ma prima di rispondere in maniera definitiva vorrei confrontarmi con la serialità televisiva. Sono un consumatore di serie, uno spettatore dipendente… ne guardo molte e di vario genere. Mi piacerebbe seguire una serie perché mi innamoro facilmente dei miei personaggi, e avere la possibilità di seguirli, di crescerli nel dolore, nel divertimento, seguendoli nella lunga distanza sarebbe meraviglioso.

    E qual è, invece, la cifra stilistica di Stefano Lodovichi regista che potremo riconoscere anche nel nuovo lavoro, “In fondo al bosco”?

    Credo che il filo rosso che lega i miei progetti sia la profonda umanità di tutti i personaggi che racconto. Cerco sempre di approfondirli ed esplorarli in tutti i loro aspetti più “normali” raccontando i difetti, le imperfezioni, le difficoltà che li contraddistinguono. I personaggi di “In fondo al bosco” sono persone normali che vivono con i loro fantasmi, nell’ombra, nel dolore, con rabbia, emozione e vergogna… come tutti noi che, in fondo al bosco, nascondiamo sempre qualche cosa di tremendo.

    Come hai preparato le scene dal punto di vista visivo?

    Il lavoro sul visivo è quello che preferisco insieme a quello con gli attori. Parto sempre dalla storia, dal fuoco emotivo che caratterizza un progetto. Poi da lì cerco di capire il tipo di linguaggio che può rispettare e valorizzare al meglio la storia. E mentre ci penso cerco di trovare ispirazione nella storia dell’arte, in altri film, serie, video e, ultimamente, anche su Instagram. Una volta trovato il codice estetico del film ne parlo con i miei collaboratori. Condivido con loro le regole generali che avrà il film, i suoi colori principali, il tipo di luce, il tono delle situazioni e molto altro. Così inizia il confronto e, insieme, iniziamo a mettere altri mattoni alla casa…

    Come hai lavorato, invece, con gli attori?

    Ho cercato di conoscerli bene, imparando ad ascoltarli con attenzione. Attori come Filippo Nigro, Camilla Filippi o Giovanni Vettorazzo sono attori di grande esperienza e con una sensibilità che non può che essere un valore aggiunto. Anche per questo dico sempre che i personaggi nascono in scrittura ma poi crescono sul set, perché è nel confronto con chi dovrà interpretarli che si riesce a scoprirli un po’ di più. A volte capita di vedere registi che si impuntano sulla loro visione. Lo trovo uno spreco di tempo, un arroccarsi insensato. Se è vero che il film è del regista è anche vero che i film non si fanno da soli, non stiamo parlando di un quadro. E se un attore non funziona, il suo personaggio non funziona, e così a cascata, tutto il film rischia di fallire… E poi fare un film è una cosa troppo bella per farla da soli.

    “In fondo al bosco”sembra potersi inserire in quel filone, interessante, ma poco numeroso, del thriller nordico italiano, insieme a“La ragazza del lago”,“La foresta di ghiaccio”, “Oltre il guado”e altre piccole produzioni, insieme anche al romanzo“XY”di Sandro Veronesi. Sono riferimenti che può vedere solo un cinefilo/cultore del genere oppure erano presenti al momento di preparare la produzione?

    Ci tengo a precisare che “In fondo al bosco” non fa parte di un genere preciso, unico. Non è un semplice thriller, ma è un film drammatico venato di mistery, noir e anche un po’ di horror. Sicuramente nello scriverlo con Isabella Aguilar e Davide Orsini ci siamo ispirati a quel tipo di cinema di cui parli tu. “La ragazza del lago” o “Foresta di ghiaccio” sono film che possono essere considerati figli dello stesso macrogenere. Di sicuro la grande spinta del thriller nordeuropeo degli ultimi anni (“The Killing”, “The Bridge” e molto altro) ci ha ispirato nella scrittura della sceneggiatura ed è anche vero che le Alpi sono un luogo incredibile: meraviglioso e mostruoso allo stesso tempo.

  • [ESCLUSIVA] Close Up: intervista a Marcus Nispel

    Marcus Nispel, tedesco classe ’63 trapiantato a Hollywood, è un regista eclettico che negli anni ha girato decine di videoclip musicali e di spot pubblicitari, realizzando per il cinema 3 remake di film di culto:“Venerdì 13”,“Conan il Barbaro”e“Non aprite quella porta”. Il suo ultimo film è l’horror“Exeter”del 2015. Ci tenevo particolarmente a fargli qualche domandaper la sua esperienza variegatae perché, da europeo a Hollywood, pensavo potessi darciqualche visione interessante della mecca del cinema. Con una disponibilità e un’umiltà eccezionali per un regista che è hollywoodiano a tutti gli effetti, in poche frasi ha reso perfettamente atmosfere, illusioni e sogni che si scontrano con la realtà.

    Stefano Nicoletti: Io sono cresciuto negli anni ’80 con il surrogato italiano di MTV che si chiamava “Videomusic”, mentre tu hai diretto centinaia di videoclip: la rivoluzione digitale ha cambiato questo lavoro? Voglio dire, è davvero la stessa cosa girare un video per Youtube o per la TV?

    Marcus Nispel: Oggi i video vengono guardati soprattutto sull’iPhone… così tutto gira adesso intorno ai primi piani, che poi è esattamente quello che le case discografiche hanno sempre voluto.

    SN: Da europeo, qual è stata la tua primissima impressione di Hollywood e degli Studios?

    MN: Vidi i teatri di posa circondati da quegli enormi palazzi di uffici e tutto quello che potei fare fu domandarmi se sarebbero stati lì tutto il tempo a guardarmi lavorare da dietro le mie spalle…

    SN: Secondo te, il cinema diventerà un semplice contenuto di Internet?

    MN: Internet ha già fagocitato il cinema!

    SN: Hai diretto il remake di“Venerdì 13”. Il film originale era stato ispirato dal raro film di Mario Bava“Reazione a catena”. Conoscevi quel film e ne sei stato ispirato a tua volta?

    MN: No, non lo sapevo, ma “La Maschera del Demonio” di Bava è stato il primo film a terrorizzarmi da bambino… la scena della maschera è ancora una delle mie preferite ed è una grande fonte di ispirazione per raggiungere quel risultato. La trama di “Exeter” è stata molto influenzata da quella scena.

    SN:“Exeter”, correggimi se sbaglio, è l’unico film che hai anche scritto. È stato un caso o sentivi la necessità di girare qualcosa di “tuo”?

    MN: Volevo solo girare un film che fosse più di una semplice sequenza di omicidi. Ho dovuto scrivere la storia da solo. Kirsten McCallion poi ha scritto la sceneggiatura.

    SN: Immagina che uno Studio ti dia tutta la libertà che desideri per girare il tuo film definitivo, che tipo di film ne verrebbe fuori?

    MN: Non lo faranno mai… quindi non ci ho mai pensato. I miei lavori preferiti hanno poco a che fare con possibilità cadute dal cielo o sogni nobili, ma piuttosto con problemi che devono essere risolti. I progetti perfetti mi tengono lontano dall’ispirazione, i progetti problematici mi portano invece a riflettere… ecco perché non sarò mai un regista eccezionale… ma va bene, sono bravissimo in tutto il resto! 🙂

    SN: Vuoi aggiungere qualcosa sui tuoi progetti attuali o futuri?

    MN: Probabilmente si tratterà di un formidabile spot di pannolini 🙂

  • [ESCLUSIVA] IL FILM E LA CITTA’: Torino e The Broken Key di Louis Nero

    Mentre SkyArte ha di nuovo inprogrammazioneil suoIl Mistero di Dante, da pochissimi giorniLouis Neroha concluso le riprese diThe Broken key, il suo ultimo lavoro ricco di star del cinema di cui ci aveva parlato qui.
    Louisci aveva già accennatodel profondo legame tra questo film e la sua città. Siamo tornati sul tema, carpendo ulteriori parole, impressioni e suggestioni alui, allo scenografo e pittoreVincenzo Fioritoe agli attoriDiana Dell’Erba e Andrea Cocco.

    Louis Nero, hai immaginato Torino come un vero e proprio personaggio?

    Torino all’interno dei miei film diventa persona e luogo ideale dove ambientare i viaggi dei miei eroi. La stessa struttura architettonica ricorda la costruzione delle antiche città medievali quindi diventa crogiolo per creare l’opera di coloro che si prefiggono come fine la ricerca del Sé.
    Credo che ogni città abbia un proprio spirito che influenza le persone che vivono al suo interno e condiziona le idee che vi circolano. Bisogna concepire la città come un organismo umano che al posto di essere individuale diventa collettivo. Torino, come le antiche città, cerca di riflettere nella sua costruzione architettonica ed urbanistica una sorta di macrocosmo dell’essere umano. Osservando questo macrocosmo, attenti e concentrati, riusciamo a veder riflesso in esso la stessa struttura di noi stessi.
    Il mio filmThe Broken Keyparte da questo presupposto per ambientare in un organismo vivente, che è la città, il viaggio interiore del protagonista Arthur Adams.

    Vincenzio Fiorito, come la forte presenza della città ha influenzato il tuo lavoro sul film?

    Ormai sono molti anni che abito a Torino, e credo di conoscerla bene. Mi è stato facile compenetrarmi nelle atmosfere oscure eppure capace di bagliori sfavillanti. Torino attrae sopratutto per i contrasti delle sue architetture che nel film vengono evidenziate con chiaroscuri che si accordano magicamente e cromaticamente con le scene che progetto. La città magica del triangolo magico è l’ideale ed entra in simbiosi con il mio essere pittore e creare dei veri quadri che la sapienza di Louis mette in movimento.

    Diana Dell’Erba, qual è il tuo rapporto con la città di Torino?

    “Respiro” la città di Torino da diverso tempo, tanto da essermi voluta trasferire dopo aver abitato per più di 20 anni in un piccolo paese di provincia. Qui aleggia qualcosa di magico che, studiando l’argomento, si può capire meglio. Ci sono tanti aspetti della vita che ci sembrano incomprensibili o poco chiari, ma c’è di contro anche una vastissima bibliografia, tantissimi studi, teorie, pensieri, ipotesi che danno interpretazioni piene di meraviglia. Alla verità non si potrà mai arrivare, forse perché non ne esiste una sola, ma infinite…
    The Broken Keyè un omaggio alla teoria che vede dietro Torino un preciso disegno di costruzione. In breve, un disegno simbolico che riflette quello che deve essere lo scopo di ognuno di noi: il miglioramento di se stessi. Questo film per me è stata un’esperienza straordinaria perché intensa, piena di emozioni, fatiche, luoghi e persone magiche, piccole e grandi comprensioni che mi auguro tanto di non dimenticare mai. Spero che il pubblico possa rivivere anche minimamente quello che abbiamo vissuto in questi 7 mesi di riprese.

    Andrea Cocco, conoscevi la città?

    Non conoscevo Torino, e’ stato il filmThe Broken KeydiLouis Nero, in cui interpreto Arthur Adams, a farmela scoprire. Ho avuto il privilegio di poter vedere posti, aree normalmente chiuse al pubblico per girare il film. Così su due piedi mi viene in mente la Mole Antonelliana e il passaggio pedonale per arrivare in cima in cui ho recitato assieme aGeraldine Chaplin, la sala dei mappamondi, il Museo dell’automobile in cui mi sono cimentato conRutger Hauer. Non posso poi dimenticare il Borgo Medioevale conChristopher LamberteMaria de Medeirosoppure la sala rossa del Municipio in cui Cavour dettava legge, dove ho avuto il piacere di fare una scena conMicheal Madsen. Ci sono stati poi per me momenti di riflessione come quando siamo scesi a girare nel bunker antiaereo della IIa guerra mondiale a Piazza Risorgimento. Insomma alla fine ora sarei in grado di girare Torino senza Google Maps e già mi manca la mia stanzetta a Porta Palazzo adiacente a Piazza Emanuele Filiberto, la mia piccola Parigi.

  • [SPECIALE] Paura Nella Città dei Morti Viventi. Intervista a Giovanni Lombardo Radice

    Nella storia raccontata inPaura nella città dei morti viventidiLucio Fulciil personaggio più interessante è quello di Bob.
    Lo scemo del villaggio e il capro espiatorio. Bob infatti è il personaggio che a Dunwich non muore ucciso dal prete o dagli altri zombi che da un certo punto in poi iniziano a saltare fuori. Ad ammazzare Bob ci pensaVenantino Venantiniperché lo sorprende in compagnia della figlia. La morte di Bob rappresenta la paura e il male che hanno oramai straripato gli argini, il vero punto di non ritorno.
    Ad interpretarlo c’è un giovane attore alle prime esperienze cinematografiche, tutte un po’ per caso e un po’ per necessità di stampo horror, ma che ha già alle spalle una carriera da attore e da regista di teatro. Si chiamaGiovanni Lombardo Radiceed è destinato a divenire nel corso del tempo una icona dei film dell’orrore italiani.

    Per prima cosa facciamo chiarezza sulla cronologia dei tre film che giri in quel periodo.

    Giovanni Lombardo Radice: Ho fatto primaLa casa sperduta nel parcodi Deodato, per secondoApocalypse Domanidi Margheriti e poiPaura nella città dei morti viventi.

    Cosa ti ha spinto a passare dal teatro al cinema?

    I soldi. Il teatro mi aveva piuttosto rovinato, perché avevo investito delle cose mie. Avevo una compagnia mia ma non ero assolutamente capace di gestire il lato economico – organizzativo. E poi mi era capitato per caso di avere questo incontro con una signora, che in quel momento era la suocera di Deodato perché era la mamma diSilvia Dionisio, che faceva l’agente. Mi incontrò per caso e mi disse “Ah, ma che bella faccia che c’ha lei”. Insomma è stato molto casuale che io abbia cominciato con quel genere lì perché Deodato stava preparandoLa casa sperduta nel parco. Però la grande spinta sono stati i soldi.

    Qual è il tuo giudizio sui film dell’orrore del periodo?

    A me non piacciono, non è un tipo di film che andrei a vedere. A me casomai piacciono le storie di fantasmi, Hitchcock. Lo splatter e il sangue no. Pensa che io la scena diDaniela Doriache si vomita le budella non sono mai riuscito a guardarla. Poi a me non piace essere spaventato. Infatti non ho mai visto niente, salvo i film miei, e neanche quelli li ho visti tutti, ma mai visto nulla di tutto il resto.

    Come ti sei preparato per questo ruolo difficile, Bob è un personaggio piuttosto complesso…

    Infatti. Detto questo li ho presi sempre molto sul serio. Li ho sempre fatti come se facessi Ėjzenštejn.
    Mi sono preparato con la zoomorfia che è una tecnica che ho sempre adoperato e che consiste nello stabilire che animale è il tuo personaggio e lavorare sull’animale, sul corpo. Una volta che hai trovato il corpo del personaggio hai fatto più del 50% del lavoro.
    Ho stabilito che era un topo di fogna e ho lavorato su quello. Poi lui era un po’ storto. Mi volevano mettere una gobba finta e io pensavo “Oddio devo fare il servo di Frankenstein…”. Allora sono andato da Fulci e gli ho detto “Senti ti dispiace se cerco di farlo io?” e lui “Fammi vedere” e mi sono messo a fare un po’ il Riccardo III con una spalla storta e lui mi ha detto che andava benissimo e che la gobba finta non serviva più.
    Mi sono preparato soprattutto sull’aspetto fisico.

    Parliamo di Fulci. Come è stato il rapporto tra di voi?

    Buonissimo. Ho assistito a scenate di ogni genere e tipo, perché le scenate le faceva, ma mai niente con me. Mi invitava a cena, era rispettosissimo. Parlavamo di film di qualità, di Visconti. Era un uomo furastico, che stava sempre un po’ ingrugnato ma con me è sempre stato gentilissimo.

    Ultima cosa. Su quel set ha lavorato come attore (e poi è rimasto per altri compiti dietro le quinte) Michele Soavi, con il quale poi hai avuto un bel sodalizio…

    Io gli ho fregato il ruolo. Era il secondo che gli fregavo perché il film di Deodato lo doveva fare lui e invece l’ho fatto io, poi inPauradoveva fare Bob e invece l’ho fatto io e lui ha avuto un ruolo più piccolo. Ma a lui non gliene fregava già più niente di recitare, lo faceva per stare sui set. E poi inPaurafaceva l’assistente alla regia. Lì è scoppiata un’amicizia travolgente. Ci divertivamo anche molto, eravamo una banda di ragazzetti, io, lui, la Interlenghi, un altro che lavorava in produzione. Eravamo giovani e ci divertivamo. Lui era un entusiasta assoluto. Aveva questo autentico amore per i film dell’orrore. Tutti gli altri, diciamoci la verità, li facevano perchè erano di moda. Prima avevano fatto i western, i sandaloni, avevano fatto Totò. I fans tendono sempre a pensare che fare horror fosse una religione, invece era pane e burro nel senso che andava di moda quello e facevano quello. Invece Michele c’aveva un’autentica passione, leggeva Lovecraft. Era un’altra cosa e poi era giovane.

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